Rula Jebreal: “Trump vuole un imperialismo ottocentesco”. E sull’UE la frase che pesa: “corre verso il suicidio”

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Se l’ordine mondiale diventa “zona di caccia”, la prima preda è sempre la trasparenza.

Non è una dichiarazione “da talk show”: è un’accusa politica pesante, con una tesi precisa. In un’intervista a Fanpage, la giornalista e analista Rula Jebreal descrive l’attuale fase internazionale come la fine dell’ordine basato sulle regole e il ritorno della legge del più forte. Nel suo racconto, Trump non sarebbe “improvvisazione”, ma un progetto: controllo di risorse, corridoi strategici e disciplina degli alleati. E l’Europa, dice, rischia di restare schiacciata: “a un passo dal proprio suicidio”.

Rula Jebreal

Che cosa dice Jebreal: “sfere di influenza” al posto delle regole

Il cuore del ragionamento è questo: si starebbe tornando a una geopolitica “da imperi”, dove contano zone di influenza e non istituzioni. Jebreal collega tra loro diversi dossier: Venezuela, Groenlandia, Ucraina, Gaza, oltre alle tensioni su Iran e Taiwan. Non li presenta come episodi separati, ma come sintomi della stessa logica: chi ha forza e leva economica prova a riscrivere confini, rapporti e diritti “in corsa”.

“Imperialismo ottocentesco”: cosa intende, tradotto

Quando parla di imperialismo ottocentesco, Jebreal usa un’immagine chiara: energia e minerali come obiettivo, dominio militare come garanzia, e “cambio di regime muscolare” come strumento. Il riferimento non è accademico: è un modo per dire che le grandi potenze non cercano solo alleati, ma “obbedienza” e controllo dei nodi strategici. La frecciata implicita è semplice: nel mondo delle sfere d’influenza, la sovranità altrui vale finché non intralcia.

Gaza come “punto di non ritorno”: la tesi più divisiva

Il passaggio più duro è quello su Gaza. Jebreal sostiene che lì si sia consumata una frattura: la “morte” delle convenzioni e del diritto internazionale, con un effetto boomerang che renderebbe più facile legittimare nuove guerre e nuovi saccheggi altrove. È una lettura radicale e contestata da varie posizioni politiche, ma è anche un avvertimento: se il diritto internazionale viene percepito come selettivo o impotente, la sua forza deterrente diminuisce. E quando la deterrenza del diritto cala, aumenta la tentazione della forza.

La frase sull’UE: “vassalla o autonoma”

Secondo Jebreal, l’Unione Europea sarebbe entrata in una trappola costruita da dipendenze: sicurezza delegata agli USA, energia legata a fornitori esterni e una politica estera spesso “a rimorchio”. Da qui il bivio che descrive: diventare definitivamente vassalla o difendere valori e interessi strategici con una postura autonoma. È un punto citizen-first, perché riguarda il portafoglio e la sicurezza: un continente frammentato pesa meno, compra peggio e negozia peggio.

Il capitolo Israele-UE: commercio, clausole e contraddizioni

Jebreal insiste su una contraddizione: l’UE, pur proclamando diritti e regole, resterebbe un partner economico chiave di Israele. Qui entra un dato concreto spesso dimenticato: il rapporto commerciale è enorme e strutturale. E c’è anche un punto “tecnico” che alimenta il dibattito: l’accordo UE-Israele contiene una clausola basata su diritti umani e principi democratici. Per i cittadini conta questo: quando i trattati prevedono valori, la domanda non è morale, è amministrativa. Le clausole vengono applicate oppure no? E chi se ne assume la responsabilità politica?

Tradotto: perché questa intervista non è solo “opinione”

Se il mondo torna a “sfere di influenza”, l’Europa diventa più vulnerabile. E l’Italia, dentro l’Europa, ancora di più. Non è ideologia: è capacità di negoziare energia, tecnologia, difesa, catene del valore. Chi applaude a una UE più debole, spesso non spiega il conto: lo paga il cittadino con prezzi più instabili e meno protezione geopolitica.

Tradotto: c’è chi pensa che “essere alleati” significhi sempre “seguire”. Ma alleanza non è sudditanza. Se cambia la postura strategica europea, i cittadini hanno diritto a una cosa molto concreta: chiarezza su obiettivi, costi, rischi e su chi decide cosa in loro nome.

Il punto: super partes, ma non ciechi

Le parole di Jebreal sono opinioni forti, ma poggiano su una realtà che anche chi la contesta difficilmente nega: l’ordine internazionale è sotto stress e le potenze stanno rialzando il volume della forza. La domanda civile allora diventa: come si evita che la politica estera diventi un derby di slogan? Con la trasparenza sugli atti: documenti, trattati, sanzioni, clausole e scelte economiche. Perché quando la politica parla di “valori” e poi agisce per “interessi”, il cittadino ha diritto di vedere entrambe le colonne del bilancio.

Cosa sappiamo

Che Rula Jebreal in un’intervista a Fanpage descrive una fase di ritorno alla legge del più forte e definisce il progetto di Trump come un ritorno a un imperialismo “ottocentesco”; e che avverte che l’UE rischia un “suicidio” se resta prigioniera di dipendenze e incoerenze.

Cosa non sappiamo

Non sappiamo quali scelte concrete seguiranno davvero nei prossimi mesi nei dossier citati (dall’Artico al Medio Oriente), né se l’Europa troverà una linea comune stabile. Non sappiamo soprattutto se le istituzioni multilaterali riusciranno a recuperare credibilità, o se resteranno spettatrici.

Cosa aspettarci

Più conflitto tra “regole” e “forza”, più pressioni sugli alleati e più richieste di allineamento. Per i cittadini la cartina di tornasole sarà una: quanta responsabilità pubblica accompagna le scelte di politica estera. Perché l’impero lo fai a parole in un giorno. Il conto, poi, arriva a rate.