Acca Larentia, il rito delle braccia tese torna a Roma: centinaia al saluto romano, contro-presidio antifascista e politici sul posto. La domanda civile: è memoria o militanza? E chi fa rispettare la legge?

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La democrazia non teme le idee: teme l’impunità quando le idee diventano intimidazione.

Roma, quartiere Tuscolano, 7 gennaio 2026, ore 18: davanti alla sede di Acca Larentia si ripete la liturgia che ogni anno riaccende polemiche e nervi scoperti. Centinaia di militanti di CasaPound e dell’estrema destra si sono radunati per commemorare i morti del 7 gennaio 1978 e hanno eseguito il saluto romano durante il triplice “presente”. A poche centinaia di metri, un contro-presidio antifascista. Il punto non è il tifo: è capire cosa diventa lo spazio pubblico quando un gesto legato alla storia del fascismo viene rivendicato come “rito” e contestato come “apologia”.

Che cosa è successo: la cronaca del rito e la geografia della tensione

Secondo le ricostruzioni di Fanpage e ANSA, il raduno si è svolto come negli anni precedenti: prima il richiamo “per tutti i camerati caduti”, poi il “presente” ripetuto tre volte e il braccio destro teso in massa. La presenza delle forze dell’ordine e la distanza dal contro-presidio hanno evitato contatti diretti, ma il segnale visivo resta potente: due piazze parallele, due memorie, due identità che non si parlano. E quando non si parla, spesso si urla.

Milano – saluto fascista

Il contesto: perché Acca Larentia è ancora una ferita aperta

Il 7 gennaio 1978 furono uccisi davanti alla sezione missina Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta; poco dopo, durante gli scontri, morì anche Stefano Recchioni. Da allora la commemorazione è diventata un appuntamento identitario per gruppi dell’estrema destra e un punto di mobilitazione per ambienti antifascisti. Qui la memoria non è mai neutra: è un campo in cui si gioca la legittimità del presente.

Chi c’era: militanti, leader dell’estrema destra e presenze istituzionali

ANSA segnala la presenza del leader storico di Forza Nuova Roberto Fiore. Fanpage riferisce inoltre che erano presenti esponenti istituzionali, tra cui Federico Mollicone (presidente della Commissione Cultura della Camera, FdI) e il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca, oltre ad altre figure politiche. È un punto delicato: quando una scena è così simbolica, ogni presenza pubblica viene letta come un segnale. E i segnali, in una città tesa, fanno più rumore delle spiegazioni.

Il nodo: il saluto romano è reato?

Qui bisogna essere precisi. La giurisprudenza italiana non riduce tutto a uno slogan. La Cassazione (Sezioni Unite) nel 2024 ha affrontato il tema della “chiamata del presente” e del cosiddetto “saluto romano” come manifestazioni usuali del disciolto partito fascista: la punibilità, in base alle circostanze, ruota attorno al criterio del concreto pericolo e al contesto in cui il gesto avviene. Tradotto: non basta dire “è solo un gesto” o “è sempre reato” senza guardare luogo, modalità, finalità, messaggio e capacità di incidere sull’ordine democratico. Ed è proprio per questo che, a ogni raduno, si torna alla stessa domanda: chi valuta quel contesto e con quali strumenti?

La Digos e le immagini: quando la prova conta più della narrazione

In casi come questo, l’elemento decisivo non è il dibattito televisivo: sono video, identificazioni, verbali e valutazioni tecniche. Nelle edizioni passate, la procura e la polizia hanno analizzato le riprese per capire se ricorressero gli estremi di reato. Anche stavolta, secondo quanto riportato, la gestione dell’ordine pubblico e la raccolta delle immagini resta la vera “zona di verità”: o ci sono atti conseguenti, oppure resta la sensazione sociale di una scena tollerata e ripetibile.

Tradotto: perché riguarda anche chi non mette piede a una commemorazione

Il tema non è solo “fascismo sì/fascismo no” come etichetta. Il tema è spazio pubblico e regole uguali per tutti. Se un gesto percepito da molti come intimidatorio diventa routine, chi vive il quartiere capisce una cosa: lo Stato vede, ma non sempre agisce in modo comprensibile. E quando lo Stato non è leggibile, cresce la sfiducia.

Tradotto: c’è chi sostiene che “controllare” significhi garantire ordine. Vero, ma a una condizione: che il controllo sia anche coerente e trasparente. Perché controllare davvero non vuol dire controllare tutti: vuol dire far rispettare le regole senza chiudere un occhio quando la scena è politicamente scomoda.

Cosa sappiamo

Che a Acca Larentia si sono radunati centinaia di militanti dell’estrema destra e di CasaPound, con triplice “presente” e saluto romano; che a breve distanza era presente un contro-presidio antifascista; e che, secondo le ricostruzioni, tra i presenti figuravano anche esponenti politici e il leader di Forza Nuova Roberto Fiore.

Cosa non sappiamo

Non sappiamo ancora quali valutazioni verranno formalizzate su eventuali profili di reato, né se ci saranno contestazioni specifiche sulla base delle immagini e delle circostanze. Non sappiamo inoltre se e come verranno chiarite tutte le presenze istituzionali e il loro ruolo sul posto.

Cosa aspettarci

Un nuovo ciclo di polemiche e richieste di intervento, ma anche una verifica che dovrebbe essere semplice: se esistono elementi per procedere, si procede; se non esistono, va spiegato con atti e motivazioni. Perché in democrazia la memoria è libera, ma la responsabilità non dovrebbe essere facoltativa.