Minneapolis, il caso Pretti si allarga: DHS ammette al Congresso che hanno sparato in due. E ora la vera domanda è chi controlla le prove

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Se lo Stato cambia versione davanti ai video, la democrazia non deve “fidarsi”: deve verificare.

Due agenti federali hanno sparato, non uno. È il punto che cambia la storia di Alex Jeffrey Pretti, 37 anni, infermiere di terapia intensiva ucciso a Minneapolis durante un’operazione di enforcement legata all’immigrazione. Dopo giorni di versioni contrastanti e immagini che hanno alimentato protesta e sfiducia, il Department of Homeland Security – tramite Customs and Border Protection – ha inviato al Congresso una “notification” che ammette ciò che la prima comunicazione ufficiale non diceva: a fare fuoco sono stati in due, un agente della Border Patrol e un ufficiale CBP.

Non è una sfumatura. È il passaggio che sposta il caso dalla polemica alla responsabilità operativa: due tiratori, due armi, una catena di comando, una catena di custodia delle prove che – secondo le autorità del Minnesota – sarebbe stata violata o almeno compromessa. Se la verità deve uscire, deve uscire adesso: dai video, dai log, dalle bodycam, dagli atti. Non dai comunicati.

Minneapolis  – L’immagine di Alex Pretti, accompagnata da candele e da una bandiera americana, è stata collocata in un memoriale all’esterno dell’ospedale VA di Minneapoli 27-01-2026

Il documento al Congresso: cosa dice (e cosa non dice)

Secondo la notifica ottenuta da Associated Press, gli agenti hanno tentato di prendere Pretti in custodia; lui avrebbe resistito; durante la colluttazione un agente avrebbe urlato più volte “He’s got a gun!” (“Ha una pistola!”). In seguito, due agenti aprono il fuoco. Il punto di sostanza è che l’analisi è stata condotta dall’Office of Professional Responsibility (OPR) di CBP sulla base di bodycam e documentazione interna, e che la legge impone a CBP di informare il Congresso entro 72 ore quando avviene una morte in custodia.

Ma la notifica è anche un documento “minimale”: non è una relazione conclusiva, non stabilisce responsabilità, e soprattutto non scioglie il nodo che sta incendiando il Paese: Pretti stava davvero brandendo un’arma e costituiva una minaccia attuale nel momento esatto in cui è stato colpito?

La ricostruzione “preliminare” più dettagliata: 5 secondi, due Glock, e la pistola “messa in auto”

Secondo il report a Congresso riportato da CBS News – basato su una revisione preliminare di OPR – la sequenza è rapidissima: dopo l’urlo “He’s got a gun!”, passano circa cinque secondi e un Border Patrol Agent spara con una Glock 19; un CBP Officer spara con una Glock 47. Dopo gli spari, un agente afferma di avere in mano l’arma di Pretti e la “mette in sicurezza” nel proprio veicolo.

Questo punto è cruciale: la gestione dell’arma come “evidenza” non è un dettaglio tecnico da addetti ai lavori. In casi di uso letale della forza, la credibilità dell’indagine dipende anche da come viene trattata la prova principale: dove viene collocata, come viene fotografata, come viene sigillata, chi la maneggia, con quali registri. Il report, per come viene riportato, non chiarisce se ci sia stata una catena di custodia completa sul posto, e questo alimenta il sospetto più pericoloso: che l’evidenza sia stata “spostata” prima di una verifica indipendente.

Perché il caso è esploso: i video e la versione federale iniziale

La narrativa iniziale del DHS parlava di “defensive shots” esplosi da un solo agente e descriveva Pretti come un uomo che si sarebbe avvicinato con una 9mm. I filmati amatoriali circolati subito dopo – e le analisi giornalistiche – hanno invece mostrato una scena dove Pretti sembra avere in mano un telefono, viene colpito con spray e immobilizzato. Il report a Congresso, così come riportato da CBS, non afferma che Pretti abbia “raggiunto” l’arma o che abbia tentato di sparare: è un punto che indebolisce ulteriormente la prima narrativa politica, quella più aggressiva.

Quando le versioni ufficiali cambiano (o si correggono) dopo che le immagini hanno già convinto milioni di persone, non basta più “dire”: bisogna dimostrare.

Lo scontro Minnesota–Washington: una causa per impedire che le prove spariscano

Il passo più duro non è arrivato dalla piazza, ma dalle istituzioni locali: l’ufficio della procuratrice della contea di Hennepin e il Bureau of Criminal Apprehension (BCA), con l’Attorney General del Minnesota, hanno depositato una causa federale chiedendo un ordine urgente per impedire la distruzione o alterazione delle prove relative alla sparatoria. La motivazione è pesantissima: secondo gli atti, funzionari federali avrebbero portato via evidenze dalla scena “impedendo alle autorità statali di ispezionarle”.

È una frattura istituzionale rarissima negli Stati Uniti contemporanei: uno Stato che si rivolge a un tribunale federale per “blindare” prove contro agenzie federali. Quando succede, significa che la fiducia è già saltata.

Il contesto che peggiora tutto: consolato dell’Ecuador e clima d’operazione “totale”

La stessa settimana ha prodotto un incidente diplomatico: l’Ecuador ha protestato formalmente perché un agente ICE avrebbe tentato di entrare nel consolato a Minneapolis senza autorizzazione, venendo fermato dal personale consolare. È un fatto che alza la temperatura: quando un’operazione di enforcement entra (anche solo tentandolo) nel perimetro diplomatico, la percezione di “zona franca” federale diventa ancora più forte.

Le domande che un’inchiesta seria non può evitare

1) Qual era la base legale per “prendere in custodia” Pretti? Se il contatto nasce da un alterco in strada, serve chiarezza: arresto? fermo? quale reato contestato? quale autorità?

2) Dov’è il video del telefono di Pretti? Se esiste, è prova primaria. Se è stato sequestrato, chi lo ha, e quando verrà acquisito dagli inquirenti indipendenti?

3) Catena di custodia dell’arma: fotografata in situ? sigillata secondo protocollo? chi l’ha maneggiata e quando?

4) Due tiratori: chi ha sparato il colpo fatale? quante cartucce? quali traiettorie? quale distanza?

5) Bodycam e audio completi: saranno resi pubblici, e con quale timeline certificata?

La linea editoriale qui è semplice: nessuna condanna preventiva, ma zero indulgenza sull’opacità. Se la versione federale è vera, deve reggere alla prova dei video, delle bodycam e delle perizie. Se non regge, devono emergere responsabilità – operative e di comando – perché quando lo Stato uccide senza chiarezza, non è “ordine”: è perdita di legittimità.