Quando un alleato prova a “mettere il pollice” su un processo, non è diplomazia: è interferenza. E va trattata come tale.
Una magistrata francese racconta di essere stata avvicinata da due emissari dell’amministrazione Trump “in cerca di elementi” per sostenere che la condanna di Marine Le Pen fosse un processo politico, costruito per escluderla dalla corsa all’Eliseo. Lei dice di essersi sentita “a disagio” perché una conversazione del genere “non dovrebbe avvenire tra alleati”, e di aver inviato subito un’allerta al ministero degli Esteri francese per il rischio di “manipolazione del dibattito pubblico”.
È una storia delicata, perché tocca il punto più sensibile di una democrazia: l’indipendenza della giustizia. E lo fa nel momento peggiore possibile: mentre è in corso l’appello sul caso che ha colpito Le Pen con una condanna e un’ineleggibilità immediata. Non siamo di fronte a un tweet o a un commento politico. Qui l’accusa – da verificare nei suoi passaggi – riguarda un tentativo di “costruire una narrativa” su un procedimento giudiziario sovrano, dall’esterno.



