
Quando la politica urla “complotto”, la domanda seria resta: chi controlla i soldi pubblici e chi paga gli abusi.
Marine Le Pen si gioca una delle partite più decisive della sua carriera: il 13 gennaio 2026 si apre a Parigi il processo d’appello sul caso dei fondi del Parlamento europeo, con udienze previste fino al 12 febbraio. In primo grado, nel marzo 2025, la leader del Rassemblement National è stata condannata per l’uso illecito di fondi destinati agli assistenti parlamentari (periodo 2004-2016): una vicenda che vale molto più del processo in sé, perché l’ha colpita con una ineleggibilità che può tagliarla fuori dalle presidenziali 2027.
Il caso non ruota attorno a slogan o simpatie: ruota attorno a un’accusa precisa — l’uso di denaro pubblico europeo per finanziare personale impiegato, secondo i giudici, in funzioni di partito in Francia. Il danno contestato è nell’ordine di milioni di euro. Le Pen respinge tutto e parla di processo politico. La Corte d’appello dovrà rispondere a una domanda più concreta: c’è stata una frode strutturata o una prassi “interpretata” al limite? E con quali prove?


