Ancora sangue in Iran, Trump cerca la “giusta risposta”: tra dazi, cyber e raid il rischio è uno solo — colpire chi non decide

0
104

Quando il potere “valuta opzioni”, i civili non hanno diritto di veto: e questa è già una sconfitta.

I manifestanti marciano su un ponte a Teheran, Iran, il 29 dicembre 2025

In Iran continuano proteste e repressione, con un bilancio di vittime che cresce mentre il Paese resta a tratti isolato da blackout internet. Negli Stati Uniti Donald Trump dice di valutare la “giusta risposta” al regime: una formula che suona solenne, ma che nella pratica significa scegliere tra sanzioni, cyberattacchi, raid e altre misure di pressione.

Il punto non è la propaganda di parte. Il punto è la distanza tra parola e conseguenza: ogni opzione “dura” può colpire prima di tutto chi non governa. E quando lo stesso pacchetto di opzioni include, secondo ricostruzioni citate da New York Times e Wall Street Journal, perfino possibili attacchi a siti non militari a Teheran, la domanda diventa inevitabile: “giusta” per chi?

Una foto dell’ayatollah Ali Khamenei viene data alle fiamme dai manifestanti fuori dall’ambasciata iraniana a Londra, lunedì 12 gennaio 2026.

Cosa sappiamo fin qui

Secondo stime di gruppi per i diritti umani citate da media internazionali, i morti nelle proteste sarebbero nell’ordine di centinaia e gli arresti oltre 10mila, ma il dato definitivo è difficile da verificare per la combinazione di repressione e oscuramento delle comunicazioni. Sul fronte americano, Trump ha dichiarato di avere “opzioni molto forti” sul tavolo e, in parallelo, ha annunciato una nuova leva economica: un dazio del 25% verso i Paesi che fanno affari con l’Iran.

Da Teheran arrivano due messaggi speculari: all’esterno, la linea “siamo pronti alla guerra ma anche al negoziato”; all’interno, una gestione dell’ordine pubblico che — secondo numerose ricostruzioni — usa metodi da emergenza permanente. Quando un regime definisce la piazza come “minaccia esistenziale”, la violenza diventa strumento, non incidente.

Il briefing e la frase che fa paura: “dove fa più male”

Il cuore della notizia sta nel processo decisionale americano: Trump deve ricevere un briefing con Marco Rubio, Pete Hegseth e il generale Dan Caine. Nell’orizzonte citato dalle fonti: cyber, raid su obiettivi militari e anche “civili”, e persino un’operazione più ampia. La frase attribuita a Trump da ricostruzioni di stampa è quella che sposta tutto sul terreno emotivo: “colpiremo Teheran molto duramente, dove fa più male”.

Qui sta la frecciatina inevitabile: “dove fa più male” non è un criterio strategico, è uno slogan. E quando uno slogan entra nel menù delle opzioni militari, il rischio non è solo l’escalation: è la perdita di confini morali e giuridici. Perché “dove fa più male” spesso significa “dove fa più notizia”. E la notizia, di solito, la fanno i civili.

Attaccare “siti non militari”: la linea rossa che non dovrebbe diventare opzione

Nel diritto internazionale umanitario esiste una regola semplice: la distinzione tra obiettivi militari e beni civili. Se davvero si parla di colpire siti non militari, non siamo davanti a una sfumatura tecnica: siamo davanti a una soglia. Certo, esistono casi in cui infrastrutture formalmente civili possono avere un uso militare, ma allora servono prove, motivazioni e controlli. Senza trasparenza, il concetto “non militare” diventa un buco nero.

E c’è un secondo problema: colpire dentro la capitale, su obiettivi non strettamente militari, rischia di consegnare al regime iraniano l’arma narrativa perfetta. Il potere che oggi spara sui manifestanti potrebbe domani presentarsi come “difensore della nazione assediata”. Tradotto: la repressione si legittima, non si indebolisce.

La guerra delle leve: dazi, sanzioni, tecnologia

La “giusta risposta” non è per forza militare. Il pacchetto che emerge dalle ricostruzioni include anche sanzioni mirate, azioni informatiche e strumenti per bypassare i blackout e sostenere l’accesso all’informazione. È la differenza tra punire uno Stato e proteggere una popolazione: una cosa produce isolamento e fame, l’altra può aumentare trasparenza e ridurre l’impunità.

Ma anche qui il rischio è reale: quando le misure economiche diventano “shock” generalizzati, a pagare sono salari, medicinali, energia, trasporti. Il potere resta, la gente si impoverisce. E la storia insegna che l’impoverimento non porta automaticamente libertà: spesso porta disperazione e nuove repressioni.

Il parallelo che brucia: l’America e la 37enne uccisa da un agente

In queste stesse ore, negli Stati Uniti, il caso di Renée Good, 37 anni, uccisa a Minneapolis con tre colpi alla testa da un agente federale durante un’operazione dell’ICE, sta scuotendo il Paese. Non è l’Iran e non è la stessa cosa. Ma la somiglianza che inquieta è un’altra: quando l’uso della forza diventa “normale”, l’accountability diventa “opzionale”. E l’opzionalità, in democrazia, è veleno.

È questo il punto civico che lega le storie senza confonderle: troppo potere concentrato — nelle mani di un regime che reprime o di apparati che sparano — genera abusi. Il potere deve tornare sotto controllo pubblico: regole, trasparenza, giudici indipendenti, Parlamento che controlla davvero. E chi viola la legge, in Iran come altrove, deve risponderne. Non con slogan, ma in tribunale.

Cosa cambia davvero

“La giusta risposta” è un modo elegante per dire “scegliamo quanto far salire il prezzo”. Il problema è che quel prezzo lo pagano quasi sempre i cittadini comuni: iraniani in strada, famiglie che subiscono blackout e repressione, e poi anche noi, con instabilità regionale, rischi di ritorsioni e nuove onde di crisi.

Per i cittadini conta questo: la scelta non è tra “fare qualcosa” e “non fare niente”. La scelta è tra misure che aumentano la protezione dei civili e misure che aumentano il loro rischio. Se davvero l’obiettivo è difendere chi protesta, allora la linea rossa deve essere chiara: mai trasformare la popolazione in bersaglio, mai rendere “non militare” una categoria attaccabile.

Cosa sappiamo: Trump sta valutando opzioni contro l’Iran, incluse misure economiche e scenari di uso della forza; secondo ricostruzioni citate da media e rilanciate da ANSA, si discute anche di obiettivi non strettamente militari; in Iran le proteste continuano tra repressione e blackout, con stime di morti e arresti molto alte secondo gruppi per i diritti umani.

Cosa non sappiamo: quali “opzioni” verranno davvero scelte, cosa Washington intenda precisamente per “siti non militari”, e se esista un perimetro pubblico verificabile di legalità e proporzionalità delle eventuali azioni.

Cosa aspettarci: più pressione e più retorica, con il rischio di escalation. La differenza la farà una sola cosa: se prevarrà la logica del controllo democratico sul potere o quella del gesto “esemplare” che fa titoli ma lascia macerie.