Quando la storia riappare in un video, la domanda non è “nostalgia”: è “chi guida il domani”.
Nel pieno delle proteste che stanno attraversando l’Iran, l’ex imperatrice Farah Diba (oggi 87 anni, vedova dell’ultimo scià Mohammad Reza Pahlavi) ha pubblicato un video-messaggio di sostegno ai manifestanti: “la luce trionferà sull’oscurità” e “l’Iran risorgerà”, è il nucleo del suo appello. In un Paese dove le comunicazioni vengono spesso interrotte e l’informazione è terreno di scontro, anche una clip può diventare un fatto politico: non perché “cambi” la realtà, ma perché prova a incorniciarla.
Il punto, però, non è la suggestione del personaggio. È l’effetto: una figura simbolica del pre-1979 torna sulla scena mentre una generazione che non ha mai visto la monarchia contesta la Repubblica islamica. È qui che il presente si fa complicato: una protesta nasce per ragioni materiali e civili, poi viene “letta” e contesa da narrative concorrenti, dentro e fuori il Paese.

Chi è Farah Diba: l’ultima “shahbanou” e l’esilio dopo la rivoluzione
Farah Pahlavi, nata Farah Diba a Teheran nel 1938, sposò lo scià nel 1959 e venne incoronata shahbanou (imperatrice) nel 1967. Dopo la rivoluzione del 1979, la famiglia reale lasciò l’Iran e visse l’esilio; lo scià morì nel 1980. Da allora Farah è rimasta un simbolo controverso: per alcuni memoria di modernizzazione e identità culturale, per altri emblema di un potere percepito come distante e repressivo.
È utile dirlo chiaramente: il suo ritorno nel discorso pubblico non “riabilita” automaticamente il passato né “squalifica” il presente. Aggiunge un elemento di peso simbolico in un momento in cui i simboli, in Iran, sono benzina: bandiere, slogan, nomi, foto, perfino la nostalgia.

Si conobbero all’Ambasciata iraniana a Parigi, dove Farah, allora giovane studentessa di architettura, fu presentata al sovrano. Quell’incontro segnò l’inizio di una storia d’amore destinata a entrare nella storia dell’Iran.


