Quando il potere nega, il cittadino chiede prove. Quando le prove arrivano, qualcuno prova a spegnere la voce.
Beatrice Keul, ex finalista di Miss Svizzera, torna a raccontare la sua accusa: sostiene di essere stata molestata da Donald Trump nel 1993 durante un evento legato a un concorso di bellezza a New York. In un’intervista pubblicata il 5 gennaio 2026 dice di ricevere minacce di morte da quando la sua storia è riemersa, e collega quell’ambiente al “metodo” di Jeffrey Epstein, parlando anche di possibili ramificazioni europee e italiane. Sono dichiarazioni pesanti: il punto, per chi legge, è distinguere con freddezza tra ciò che è testimonianza, ciò che è riscontro e ciò che, al momento, resta da verificare.

Cosa dice Keul: la suite, l’aggressione e l’“invito” che diventa trappola
Keul racconta di essere stata invitata a un evento legato al “Donald J. Trump American Dream” e di essere stata indirizzata a un incontro “privato” in una suite d’hotel. Qui, sostiene, sarebbero iniziati palpeggiamenti e tentativi di baciarla e spogliarla, e dice di essersi divincolata urlando e spingendolo via. È un racconto coerente con quello riportato in passato anche da media svizzeri: la ricostruzione, però, resta un’accusa personale e va trattata per quello che è, senza trasformarla in sentenza né in gossip.
La verifica minima: cosa risulta e cosa viene negato
Un punto verificabile è che Keul ha reso pubblica la storia negli ultimi anni, e che l’entourage di Trump ha respinto le accuse. In Svizzera, la radiotelevisione pubblica e testate locali hanno riportato la sua versione e la smentita del team di Trump. Keul sostiene inoltre di avere inviti, biglietti e foto dell’epoca: la loro esistenza è stata citata da più articoli, ma la valutazione probatoria (autenticità, contesto, rilevanza) non coincide automaticamente con una prova di reato. Per i cittadini conta questo: si può e si deve pretendere rigore anche quando la storia “sembra già scritta”.



