“Patrioti” con il telecomando in mano a Washington: il caso Venezuela, il silenzio sulla Groenlandia e la politica estera italiana a due velocità

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Il patriottismo è bellissimo: peccato che spesso finisca in modalità “aereo”… quando squilla Washington

5 gennaio 2026. Un editoriale di Fanpage ha messo il dito dove fa più male: non sul giudizio su Maduro (che in Italia, salvo eccezioni, nessuno difende), ma sul modo in cui il governo italiano sta raccontando e incorniciando l’azione di Trump in Venezuela. Il punto è politico e istituzionale insieme: quando una crisi internazionale diventa anche un test di sovranità, chi decide davvero la linea dell’Italia?

Che cosa è successo: la nota di Palazzo Chigi e la parola che pesa “legittimo”

La miccia è una nota ufficiale di Palazzo Chigi: da un lato dice che l’azione militare esterna “non è la strada” per “liberare i regimi”, dall’altro definisce “legittimo” difendersi contro attacchi ibridi come quelli legati al narcotraffico. È una formula che cerca equilibrio, ma apre una falla: se la legittimità viene agganciata a concetti elastici, la domanda diventa inevitabile. Chi stabilisce il confine tra “difesa” e “precedente”?

Fanpage attacca: “applausi per il Venezuela” e “silenzio” quando arriva la Groenlandia

Nell’articolo firmato da Francesco Cancellato, Fanpage sostiene che il governo italiano abbia scelto l’atteggiamento più accondiscendente verso Trump, e che la destra “patriottica” mostri una coerenza variabile: entusiasmo quando Washington colpisce lontano, cautela quando Washington alza la voce su un pezzo d’Europa come la Groenlandia. Questa è una tesi politica, non una sentenza. Ma è una tesi che incrocia un fatto verificabile: Trump ha rilanciato pubblicamente l’idea di “avere bisogno” della Groenlandia per ragioni di sicurezza, e Danimarca e governo groenlandese hanno reagito duramente.

Il nodo vero: non “pro o contro Trump”, ma “quali regole”

Qui la nostra posizione resta super partes: niente tifo, niente propaganda, nessuno sconto ai regimi. Ma super partes non significa mettere il pilota automatico quando parla il più forte. Se la politica estera si riduce a un esercizio di “non irritare Washington”, il cittadino resta con una sola certezza: le parole cambiano, gli impegni restano. E quando restano, li paghi tu: con scelte su energia, difesa, commercio, dazi.

La maggioranza non parla con una voce sola: Salvini invoca diplomazia

Dentro la stessa maggioranza, infatti, emergono sfumature. Matteo Salvini ha detto “nessuna nostalgia” di Maduro, ma ha indicato la diplomazia come “strada maestra”, citando le parole del Papa su sovranità e stato di diritto. Non è una rottura frontale, ma è un segnale: quando la linea è davvero granitica, di solito non serve correggere il tiro con un secondo messaggio.

Groenlandia: l’Europa scopre che la parola “sicurezza” può diventare una chiave universale

Le reazioni di Copenaghen e del governo groenlandese alle parole di Trump sono state nette: “non è in vendita”, “nessuno ha il diritto di prenderla”. È qui che l’argomento di Fanpage diventa una domanda concreta per Roma: se oggi si legittima la cornice “difensiva” lontano da casa, domani con che voce si difende un principio quando tocca un alleato europeo? La coerenza non è moralismo: è un’assicurazione contro i precedenti.

Tradotto: cosa cambia per i cittadini

non è un dibattito da social. Se l’Italia accetta cornici ambigue (“non è la strada, però è legittimo”), rischia di ritrovarsi senza parole forti quando servono davvero. E le conseguenze non sono astratte: più instabilità significa più volatilità su prezzi ed energia, più pressioni su spesa per la difesa, più tensioni commerciali. La domanda citizen-first è semplice: il governo risponde ai cittadini con atti chiari, o con formule che cambiano a seconda dell’interlocutore?

Cosa sappiamo: Palazzo Chigi ha definito l’azione militare esterna “non la strada”, ma ha parlato di difesa “legittima” contro attacchi ibridi; Fanpage ha criticato questa postura come segno di acquiescenza verso Trump; e sul dossier Groenlandia sono arrivate reazioni ufficiali durissime di Danimarca e governo groenlandese.

Cosa non sappiamo: quale sarà la linea italiana se la crisi si allarga e se il tema Groenlandia diventa uno scontro strutturale tra alleati; e soprattutto quanto l’Italia porterà il confronto in sede UE e NATO con una posizione univoca e verificabile.

Cosa aspettarci: una battaglia di narrativa (“sicurezza” contro “sovranità”) e un test di credibilità: se la politica estera italiana sarà fatta di principi applicabili anche quando costa, o di frasi elastiche che servono solo a non dispiacere a chi comanda più forte.