Gattuso lascia l’Italia, ma il ct è solo l’ultimo a cadere: tre giorni che hanno scoperchiato la crisi vera della Nazionale

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Non è saltata una panchina: si è aperto il fallimento di un intero sistema.

L’addio che chiude il crollo

Gennaro Gattuso lascia la Nazionale e la sua uscita chiude la settimana più devastante del calcio italiano degli ultimi decenni. Prima l’eliminazione ai rigori contro la Bosnia, che ha condannato l’Italia al terzo Mondiale consecutivo mancato. Poi le dimissioni del presidente federale Gabriele Gravina. Subito dopo l’uscita di Gianluigi Buffon da capo delegazione. Adesso anche il ct. La sostanza è semplice: non è finito solo un ciclo tecnico, si è svuotata insieme tutta la catena di comando della Nazionale.

Gattuso era arrivato per una missione sola

Gattuso non era stato scelto per aprire un’epoca, ma per salvare un’emergenza. Era diventato ct il 15 giugno 2025, dopo il licenziamento di Luciano Spalletti seguito alla pesante sconfitta con la Norvegia nelle qualificazioni. Da quel momento il compito era uno soltanto: riportare l’Italia al Mondiale. Non costruire una nuova identità, non rifondare il movimento, non cambiare il destino del calcio italiano. Solo evitare un’altra umiliazione. Tutto il resto sarebbe venuto dopo.

Per qualche mese la cura aveva persino funzionato

Per questo l’uscita di scena di Gattuso va letta senza caricature. La sua Nazionale, almeno per un tratto, aveva rimesso insieme i pezzi. In autunno erano arrivate tre vittorie di fila, abbastanza per riaprire la rincorsa e per convincere perfino Spalletti a riconoscere pubblicamente il cambio di inerzia. Ma quella ripresa non aveva cancellato il danno iniziale: l’Italia era rimasta dietro la Norvegia nel girone e si era dovuta aggrappare ai playoff. È qui che si vede il confine della gestione Gattuso: aveva corretto il clima, non aveva ribaltato il quadro.

La partita psicologica prima ancora di quella tattica

Alla vigilia dello spareggio, Gattuso aveva impostato tutto sul fattore mentale. Aveva parlato apertamente del peso delle esclusioni del 2018 e del 2022, chiedendo ai giocatori di non farsi schiacciare dalla paura. Aveva perfino scelto Bergamo invece di San Siro per la semifinale contro l’Irlanda del Nord, proprio per proteggere la squadra da un ambiente che poteva diventare ostile ai primi errori. Era una scelta rivelatrice: il problema dell’Italia, in quel momento, non era solo tecnico. Era emotivo, quasi storico.

Bergamo aveva riaperto il varco, Zenica lo ha richiuso di colpo

La semifinale vinta 2-0 contro l’Irlanda del Nord aveva rimesso la Nazionale a un passo dal Mondiale. Tonali e Kean avevano dato all’Italia una notte di sollievo e la sensazione di avere finalmente rimesso in ordine la corsa. Poi è arrivata Zenica. Anche lì l’Italia era partita bene, andando avanti con Kean, ma il rosso a Bastoni ha cambiato il peso della partita. La Bosnia ha resistito, ha pareggiato con Tabakovic e ai rigori ha travolto gli azzurri 4-1. È in quel momento che il fallimento è diventato più grande di una singola partita: l’Italia, campione del mondo per quattro volte, è diventata la prima ex iridata a mancare tre Mondiali di fila.

Dopo la sconfitta, Gattuso aveva già capito tutto

Nel dopogara il ct si è assunto la responsabilità, ha chiesto scusa e ha rifiutato di rifugiarsi in alibi arbitrali o polemiche laterali. Gravina, almeno pubblicamente, gli aveva chiesto di restare e aveva rivendicato i progressi fatti. Ma la crepa era già aperta. La missione per cui Gattuso era stato preso era fallita nel suo unico punto decisivo, e da lì in avanti la sua permanenza aveva sempre meno base politica e sempre meno senso sportivo.

Prima Gravina, poi Buffon, infine il ct

La vera valanga è arrivata dopo. Il 2 aprile Gravina si è dimesso dalla presidenza federale e la FIGC ha convocato per il 22 giugno l’assemblea elettiva per il nuovo presidente. Nello stesso giorno Buffon ha lasciato il ruolo di capo delegazione, spiegando che il vero obiettivo era riportare l’Italia al Mondiale e che non esserci riusciti imponeva un passo indietro. Anzi, Buffon ha raccontato di aver presentato le dimissioni già un minuto dopo la fine della gara con la Bosnia, salvo poi attendere per consentire le riflessioni federali. A quel punto Gattuso era rimasto l’ultimo tassello ancora formalmente al suo posto. La trattativa per la risoluzione del contratto, riferita da ANSA, rende ora esplicito quello che nei fatti era già successo.

Il fallimento è suo, ma non è solo suo

Gattuso esce sconfitto, e sarebbe ridicolo negarlo. Era stato chiamato per evitare il terzo disastro mondiale e il terzo disastro si è consumato. Ma non è lui l’origine della crisi. L’Italia arriva a questo punto dopo anni di fragilità strutturali: risultati saltati, filiera tecnica discussa, governance federale esplosa e perfino il richiamo pubblico della UEFA sulle infrastrutture, con il rischio di compromettere anche il percorso verso Euro 2032. Per questo il suo addio è insieme una fine e una copertura: chiude un’esperienza breve e fallita, ma rischia anche di offrire al sistema il comodo alibi di scaricare tutto sull’ultimo allenatore.

Che cosa resta davvero

Resta una Nazionale che non gioca un Mondiale dal 2014. Resta una federazione senza presidente, senza capo delegazione e ora senza ct. Restano i nomi che circolano per la successione, da Conte ad Allegri fino a Mancini, ma per il momento sono solo ipotesi da retroscena, non decisioni ufficiali. E resta soprattutto una verità più dura delle altre: Gattuso lascia perché ha fallito, ma l’Italia non è crollata per colpa di un uomo solo. È crollata perché da anni prova a curare ogni frattura come se fosse l’ultima, quando invece erano tutte parte della stessa malattia.