San Siro, la perquisizione che rimette tutto in discussione: nel mirino non c’è solo lo stadio, ma il modo in cui è stato venduto

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Foto: Arne Müseler

Il punto non è il Meazza: è capire se la partita fosse già scritta prima dell’avviso pubblico.

Il fatto

La Guardia di Finanza è entrata in Comune a Milano, nella sede di M-I Stadio e nelle abitazioni di ex assessori, dirigenti, manager e consulenti coinvolti nella cessione di San Siro. Il dato più pesante, oggi, è questo: l’inchiesta sulla vendita del Meazza non è più un rumore di fondo attorno al nuovo stadio, ma un fronte giudiziario pienamente aperto. Le ipotesi di reato sono turbativa d’asta e rivelazione di segreto d’ufficio; gli indagati sono nove, tra figure che hanno avuto ruoli pubblici a Palazzo Marino e figure che hanno assistito o rappresentato i due club.

Che cosa sta cercando davvero la Procura

Le perquisizioni non servono a certificare colpe, ma a cercare il materiale che può raccontare come si è costruita la vendita: telefoni, chat, mail, scambi informali, passaggi preparatori. Il nuovo filone nasce infatti anche dallo sviluppo di documenti e conversazioni già emersi nell’altra grande inchiesta sull’urbanistica milanese. Per questo il caso San Siro non va letto come un fascicolo isolato: i magistrati stanno provando a capire se dietro una procedura formalmente amministrativa ci fosse, in realtà, una regia sostanzialmente orientata.

Il cuore della contestazione non è il prezzo, ma la procedura

La vendita è stata un’operazione enorme e ormai formalizzata: il Comune ha ceduto a Inter e Milan lo stadio e le aree limitrofe per 197 milioni di euro, dopo il via libera politico del Consiglio comunale e con rogito firmato a novembre 2025. Ma il nodo dell’indagine non sembra essere soltanto quanto valesse San Siro. Il nodo è un altro: se il percorso amministrativo fosse davvero aperto alla concorrenza oppure costruito, nei fatti, per accompagnare un esito già definito.

L’avviso pubblico che ora pesa più del rogito

È qui che si concentra la parte più delicata della vicenda. Dopo la proposta congiunta dei club, il Comune pubblicò il 24 marzo 2025 un avviso per raccogliere eventuali manifestazioni di interesse alternative, chiuso il 30 aprile. Su quella finestra stretta si sono innestate critiche, esposti e ora un’indagine piena. La tesi accusatoria da verificare è che la cornice scelta, appoggiata alla cosiddetta legge stadi, possa avere ristretto di fatto lo spazio per contendere l’operazione. In altre parole: non si discute se Milan e Inter volessero comprare San Siro; si discute se altri avessero una possibilità reale di entrare in gioco.

Perché M-I Stadio è un passaggio chiave

La perquisizione nella società che gestisce il Meazza non è un dettaglio logistico. M-I Stadio è il veicolo operativo che da anni governa la macchina dello stadio per conto dei due club. Entrare lì significa andare a cercare il punto di contatto tra gestione ordinaria dell’impianto, progetto di trasformazione e relazioni costruite attorno all’operazione. È anche il segnale che l’indagine non si ferma agli uffici pubblici, ma segue tutta la filiera decisionale che ha accompagnato la cessione.

Il sospetto più pesante: interesse pubblico contro interessi privati

La formula giudiziaria è tecnica, ma la sostanza politica è chiarissima. Secondo l’ipotesi investigativa ancora da provare, la vendita del Meazza potrebbe essere stata condotta in un modo capace di favorire interessi privati a scapito dell’interesse pubblico. È il punto più duro dell’intera vicenda, perché sposta la discussione fuori dal tifo e fuori dall’urbanistica astratta: qui non si parla solo di un nuovo stadio o di una riqualificazione urbana, ma di come una grande città tratta un bene simbolico e strategico quando lo consegna ai privati.

Che cosa cambia adesso

Giudiziariamente, le perquisizioni sono un salto di qualità. Politicamente, sono una frattura. Per il Comune significano dover difendere non soltanto una scelta, ma il metodo che l’ha resa possibile. Per i club significano vedere il progetto del nuovo San Siro nuovamente trascinato dentro una zona d’ombra che pensavano di aver superato con il rogito. E per Milano significano una domanda più scomoda delle altre: se la città abbia gestito una partita decisiva in modo limpido o se, dietro la veste della procedura, ci fosse già da tempo un vincitore predestinato.