Addio a Robert Mueller: il servitore dello Stato che guidò l’FBI dopo l’11 settembre e portò Trump davanti al fatto politico del Russiagate

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Mueller non è stato un eroe da talk show: è stato il volto austero di un’America istituzionale che credeva ancora che la legge dovesse parlare più forte dei presidenti.

La morte di un uomo che ha attraversato mezzo secolo di America

Robert Mueller è morto a 81 anni. Con lui se ne va una figura che, per una parte degli Stati Uniti, ha incarnato la continuità dello Stato: procuratore, veterano del Vietnam, direttore dell’FBI nel momento in cui l’America veniva colpita dall’11 settembre, poi procuratore speciale nell’inchiesta più tossica della stagione trumpiana. La sua carriera è stata lunga abbastanza da tenere insieme due immagini quasi opposte: il funzionario rispettato bipartisan e l’uomo trasformato in bersaglio politico quando mise le mani sul dossier russo.

Robert Mueller

Il Marine prima del magistrato

Prima dei tribunali e delle audizioni al Congresso, Mueller fu un ufficiale dei Marines in Vietnam. Venne decorato con Bronze Star e Purple Heart, e quel passaggio militare restò parte centrale della sua immagine pubblica: disciplina, riserbo, senso quasi fisico del dovere. Non era un dettaglio biografico ornamentale. Era il tratto che molti, amici e avversari, gli hanno sempre riconosciuto come marchio personale.

Il magistrato che salì tutti i gradini del potere giudiziario

Dopo la guerra costruì una carriera da prosecutore federale e da dirigente del Dipartimento di Giustizia, occupandosi di criminalità organizzata, terrorismo e grandi casi federali. Passò da San Francisco a Washington, guidò la divisione criminale del Dipartimento di Giustizia e diventò uno di quei nomi che, nell’establishment americano, evocavano metodo più che spettacolo. Non fu mai un personaggio carismatico nel senso televisivo del termine. Il suo peso stava altrove: nella reputazione di uomo difficilmente piegabile.

Sette giorni prima dell’11 settembre

George W. Bush lo nominò direttore dell’FBI il 4 settembre 2001. Una settimana dopo arrivarono gli attentati alle Torri Gemelle e al Pentagono. Quella coincidenza lo inchiodò a un passaggio di epoca: sotto la sua guida l’FBI smise di essere soprattutto un’agenzia di investigazione criminale tradizionale e venne riforgiata come macchina di controterrorismo e sicurezza nazionale. È probabilmente il capitolo più strutturale della sua eredità: meno visibile del Russiagate, ma più profondo nelle conseguenze.

L’FBI post-11 settembre: la trasformazione vera

Durante i suoi dodici anni al vertice, Mueller supervisionò la riorganizzazione dell’agenzia in senso antiterrorismo, rafforzando intelligence, coordinamento interagenzia e capacità preventiva. Fu una trasformazione così importante che Barack Obama chiese e ottenne nel 2011 una proroga straordinaria del suo mandato oltre il limite dei dieci anni, una scelta approvata all’unanimità dal Senato. È uno dei segnali più chiari del credito istituzionale che Mueller aveva accumulato ben prima di diventare il nemico politico di Trump.

Il momento che ne definì il carattere: lo scontro sulla sorveglianza nel 2004

Tra gli episodi più citati della sua carriera c’è lo scontro con la Casa Bianca di Bush nel 2004 sul programma di sorveglianza senza mandato. Mueller, insieme ad altri vertici del Dipartimento di Giustizia, si oppose al rinnovo automatico del programma, contribuendo a uno dei rarissimi momenti in cui un apparato di sicurezza americano disse apertamente no a una presidenza in nome della legalità. È un dettaglio importante perché smentisce una caricatura successiva: Mueller non fu “l’uomo dei democratici”, ma un repubblicano istituzionale che, quando riteneva violata la legge, non si piegava neppure ai propri presidenti.

Il ritorno dal ritiro: il Russiagate

Nel 2017 tornò sulla scena pubblica quando il Dipartimento di Giustizia lo nominò procuratore speciale per indagare sull’interferenza russa nelle elezioni del 2016 e sugli eventuali legami con la campagna di Donald Trump. Da quel momento il suo nome smise di appartenere soltanto alla burocrazia federale e divenne un simbolo politico. Per i critici di Trump, Mueller era la possibilità di ristabilire un limite. Per i trumpiani, diventò il volto stesso del “deep state”.

Che cosa concluse davvero il rapporto Mueller

Il suo rapporto del 2019 stabilì che la Russia aveva interferito in modo “sweeping and systematic”, cioè ampio e sistematico, per favorire Trump. L’indagine produsse decine di incriminazioni e colpì collaboratori di Trump e operatori russi. Ma non arrivò a sostenere l’esistenza di una cospirazione penalmente dimostrabile tra la campagna Trump e Mosca. Sul fronte dell’ostruzione alla giustizia, Mueller non assolse Trump, ma scelse di non formulare un’accusa penale, anche per il vincolo della dottrina del Dipartimento di Giustizia secondo cui un presidente in carica non può essere incriminato. È lì che il suo lavoro entrò nella zona grigia che ancora oggi divide il suo lascito.

Perché il Mueller Report resta una ferita politica aperta

Per alcuni il suo rapporto provò il cuore della vicenda: la Russia lavorò per aiutare Trump e la presidenza tentò di ostacolare gli investigatori. Per altri, il fatto che non ci fosse stata l’incriminazione del presidente rese tutto il caso un’enorme macchina politica senza atto finale. Mueller pagò anche questo: era stato costruito come l’uomo che avrebbe “risolto” il dramma Trump, ma il suo stile non era quello dell’uomo chiamato a chiudere una serie tv. Era quello di un magistrato che si fermava dove pensava di doversi fermare, e proprio per questo lasciò scontenti quasi tutti.

La testimonianza al Congresso e il tramonto della centralità pubblica

Quando nel 2019 testimoniò al Congresso, molti si aspettavano un momento di rottura capace di rimettere al centro il peso del rapporto. Non andò così. L’audizione apparve faticosa, spesso esitante, e segnò in parte il declino della sua centralità pubblica. Il magistrato rigoroso che aveva dominato i fascicoli non si trasformò mai in un performer politico. E forse non gli interessava neppure farlo.

Che cosa resta di Robert Mueller

Resta un paradosso molto americano. L’uomo che più di tutti rappresentava l’idea di una giustizia sobria, disciplinata e quasi silenziosa finì risucchiato nel vortice più rumoroso della politica contemporanea. Ma il suo lascito più importante non è solo nel Russiagate. È nel fatto che, nel dopo 11 settembre e poi nel dopo 2016, una parte dell’America ha continuato a vedere in lui una figura capace di ricordare che lo Stato non coincide con chi lo occupa temporaneamente. Ed è forse per questo che la sua morte pesa più di un necrologio politico: chiude un pezzo di quella vecchia religione civile americana che parlava di servizio, limite e istituzioni.