È morto Paolo Cirino Pomicino: addio a “’O ministro”, protagonista e simbolo di una Prima Repubblica che non chiedeva scusa a nessuno

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Con Pomicino se ne va uno degli ultimi uomini che hanno incarnato il potere democristiano senza travestirlo da modestia.

La morte di uno dei volti più riconoscibili della Dc

Paolo Cirino Pomicino è morto a 86 anni. Ex ministro, dirigente democristiano, uomo chiave della corrente andreottiana, è stato uno dei personaggi più influenti e discussi della politica italiana tra gli anni Ottanta e i primi Novanta. Era ricoverato da alcuni giorni. Con lui scompare una figura che ha rappresentato, quasi da sola, il linguaggio, i riti e la spregiudicatezza della Prima Repubblica.

Da Napoli a Montecitorio

Nato a Napoli nel 1939, laureato in Medicina e specializzato in Neurologia, Pomicino arrivò in politica dopo gli anni da medico al Cardarelli. Fu consigliere e assessore comunale a Napoli negli anni Settanta, poi entrò alla Camera nel 1976 e da lì costruì una carriera parlamentare lunga e centrale, diventando uno dei nomi più pesanti della Democrazia cristiana.

L’uomo del Bilancio e il soprannome che diceva tutto

Il suo vero salto nazionale avvenne alla Commissione Bilancio della Camera, che presiedette dal 1983 al 1987: era uno dei luoghi dove allora passava il cuore del potere, perché lì si decidevano spesa pubblica, equilibri, favori, pesi politici. Da quella centralità nacque anche il soprannome che lo avrebbe seguito per tutta la vita: “’O ministro”. Non era solo un nomignolo napoletano. Era il riconoscimento, quasi ironico ma realissimo, del suo peso nei palazzi romani.

Gli anni del governo e il cuore del sistema democristiano

Nel 1988 entrò nel governo De Mita come ministro della Funzione pubblica; l’anno dopo passò al Bilancio e alla Programmazione economica nei governi Andreotti VI e VII, restando in carica fino al 1992. Fu il triennio in cui il cosiddetto CAF — Craxi, Andreotti, Forlani — rappresentò il baricentro del potere italiano, e Pomicino fu uno degli uomini che meglio interpretarono quella stagione: capace di trattare, mediare, distribuire peso politico, stare vicino ai centri decisivi senza mai sembrare un comprimario.

Il “viceré” di Napoli

Se a Roma era “’O ministro”, a Napoli fu a lungo considerato un viceré. Uomo di punta dell’area andreottiana, rivale di Antonio Gava e figura fortissima nel Mezzogiorno democristiano, Pomicino incarnò una politica costruita su consenso territoriale, relazioni personali, correnti e controllo delle leve pubbliche. Per molti fu il simbolo di un ceto politico abilissimo e feroce; per altri, il volto stesso di un sistema che mescolava governo, influenza e gestione del potere locale in modo ormai irripetibile.

Tangentopoli e la caduta di un mondo

La sua parabola pubblica si spezzò con Mani Pulite. Tangentopoli travolse il sistema in cui era cresciuto e di cui era diventato uno dei simboli più esposti. Le inchieste e i processi segnarono il suo nome in modo definitivo, come accadde a gran parte della classe dirigente democristiana e socialista di quegli anni. Più ancora del destino giudiziario, però, fu la fine di quel mondo politico a definire la sua caduta: Pomicino diventò il volto di un’epoca che l’Italia aveva appena deciso di archiviare, almeno formalmente.

Il ritorno, contro ogni previsione

Come altri protagonisti della Prima Repubblica, anche Pomicino non sparì davvero. Tornò sulla scena con Clemente Mastella, fu eletto al Parlamento europeo nel 2004 con l’UDEUR e nel 2006 rientrò alla Camera con la lista Dc-Nuovo Psi. Non ritrovò più il potere di un tempo, ma dimostrò ancora una volta una capacità rara di restare politicamente vivo anche dopo il crollo del suo mondo originario.

L’ultima vita: editorialista, memorialista, testimone di un’altra politica

Negli anni successivi fu commentatore, editorialista, autore di libri e presenza fissa nel racconto nostalgico — o critico — della Prima Repubblica. Scrisse anche con lo pseudonimo di “Geronimo” e continuò a intervenire sul presente da uomo che non aveva mai davvero smesso di considerarsi dentro il gioco. Più che un ex, diventò un testimone permanente di quella politica fatta di correnti, collegi, trattative, sarcasmo e potere esibito senza bisogno di fingere sobrietà.

Che cosa resta di Pomicino

Resta una figura divisiva, intelligente, spregiudicata, difficilmente addomesticabile in un ricordo innocuo. Pomicino non è stato solo un ministro o un dirigente di partito: è stato un metodo politico. Per capire che cosa sia stata davvero la Dc degli ultimi anni, come funzionasse il potere parlamentare prima della fine della Prima Repubblica, e perché Tangentopoli abbia avuto l’effetto di una demolizione e non di una semplice alternanza, il suo nome resta uno dei più istruttivi. Con lui si chiude un altro pezzo di quella generazione che governava molto, si giustificava poco e lasciava dietro di sé un’impronta impossibile da confondere.