Epstein Files, il boomerang della “trasparenza”: Bondi sotto tiro al Congresso mentre le vittime restano senza voce

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Se la trasparenza diventa un ring, a perdere sono sempre le vittime.

Un’aula piena di carte, eppure vuota di risposte

L’udienza alla House Judiciary Committee dell’11 febbraio 2026 doveva chiarire come il Dipartimento di Giustizia stia gestendo la pubblicazione dei cosiddetti “Epstein files”. È finita in un’altra cosa: una resa dei conti politica, con le sopravvissute e i familiari di vittime seduti dietro la procuratrice generale Pam Bondi e la sensazione, registrata anche in diretta dagli scambi in sala, che per loro lo spazio reale fosse ancora marginale.

Il punto che ha incendiato l’audizione è semplice e brutale: da un lato nomi e contenuti oscurati oltre il necessario, dall’altro errori di “redazione” che avrebbero esposto dati identificativi di vittime. In mezzo, una promessa di trasparenza trasformata in un caso di fiducia istituzionale.

Tensione alla Camera: Pam Bondi nega le scuse alle vittime di Epstein. L’ex Procuratrice Generale rimane ferma sulla sua posizione riguardo alla gestione del dossier giudiziario, ignorando le richieste dei sopravvissuti presenti alla seduta.

Che cos’è la legge: obbligo di pubblicare, ma non a qualsiasi costo

Il Congresso ha approvato l’Epstein Files Transparency Act (H.R. 4405), diventata legge il 19 novembre 2025. La norma chiede al DOJ di pubblicare in formato ricercabile e scaricabile tutti i materiali non classificati in suo possesso relativi all’indagine e al procedimento su Jeffrey Epstein, includendo anche riferimenti a Ghislaine Maxwell, i registri di viaggio e le persone nominate o citate. La legge, però, consente di trattenere dati personali delle vittime e ciò che potrebbe compromettere un’indagine federale attiva, e impone un rendiconto al Congresso su cosa è stato rilasciato, trattenuto e redatto.

È qui che nasce il paradosso: la stessa cornice che impone “più luce” impone anche un dovere di protezione. E l’accusa ricorrente contro il DOJ è di aver fallito su entrambi i fronti.

FATTI: cosa sappiamo con certezza (e cosa no)

La gestione dei file è stata contestata in modo bipartisan. Il repubblicano Thomas Massie ha accusato il DOJ di non rispettare lo spirito della legge e ha contestato in aula una redazione che oscurava il nome del miliardario Leslie Wexner in un documento dell’FBI; Bondi ha replicato che quel nome compare altrove e che l’ufficio lo ha “svelato” rapidamente dopo la segnalazione.

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All’udienza erano presenti vittime e familiari. La democratica Pramila Jayapal ha chiesto alle sopravvissute in sala di alzare la mano se non erano riuscite a ottenere un incontro con il Dipartimento: la scena ha fatto notizia perché ha trasformato un tema amministrativo in una domanda morale.

Bondi non ha offerto un’apologia diretta alle vittime per la gestione della pubblicazione. Ha respinto la richiesta definendola “teatrale” e ha spostato l’attenzione sulle responsabilità delle amministrazioni precedenti, mentre rivendicava la propria esperienza “a difesa delle vittime”.

Il DOJ sostiene di aver mobilitato centinaia di legali per rivedere e pubblicare milioni di pagine in tempi compressi, e che eventuali esposizioni di dati sensibili sarebbero state non intenzionali.

Resta aperta la frattura sui numeri e sulla completezza: il DOJ parla di tranche finali per oltre tre milioni di pagine; vari parlamentari e osservatori continuano a chiedere conto della differenza tra quanto pubblicato e quanto risulterebbe raccolto complessivamente nel caso.

ACCUSA: “insabbiamento”, redazioni opache e vittime esposte

Le contestazioni si muovono su due binari che, messi insieme, diventano esplosivi. Primo: troppe parti oscurate. Democratici e alcuni repubblicani sostengono che le redazioni abbiano protetto figure influenti più di quanto richiedano le eccezioni previste dalla legge, alimentando l’idea di un “cover-up” istituzionale.

Secondo: errori che avrebbero esposto informazioni di vittime. Qui la critica è ancora più dura perché ribalta la logica della trasparenza: se la pubblicazione mette a rischio chi ha già subito violenza, non è “trasparenza”, è un danno aggiuntivo. Il punto politico diventa immediatamente un punto etico.

In questo clima, i toni sono degenerati. Diversi resoconti riportano insulti e attacchi personali di Bondi verso deputati democratici (e viceversa). È il segnale che il caso Epstein, anziché chiudersi come archivio, viene usato come arma nel presente.

DIFESA: l’argomento del DOJ, tra legge, privilegi e indagini

Bondi e il Dipartimento si difendono su tre linee. La prima è tecnica: non tutto può essere pubblicato, tra tutela delle vittime, vincoli legali e materiale coperto da privilegi o collegato a indagini in corso. La seconda è operativa: l’enormità del materiale e la revisione in tempi stretti spiegherebbero errori e incoerenze.

La terza è politica: Bondi ha scelto di presentarsi come scudo dell’amministrazione Trump, difendendo il presidente dalle insinuazioni e rimandando spesso le responsabilità al passato. È una scelta comunicativa che può compattare una parte della base, ma che in un’audizione di oversight sposta l’asse dal “come proteggiamo le vittime e pubblichiamo correttamente” al “chi sta attaccando chi”.

IPOTESI: perché questa gestione è diventata un boomerang

L’effetto “doppio danno”. Oscurare troppo alimenta sospetti, oscurare male ferisce le vittime. Anche se l’intento fosse solo prudenziale, il risultato è politicamente tossico perché offre munizioni a tutti: a chi denuncia un insabbiamento e a chi denuncia incompetenza.

L’oversight come palcoscenico. Un’audizione su un tema altamente emotivo, con vittime presenti e telecamere accese, tende a premiare la teatralità. Il rischio è che la domanda cruciale (quali criteri, quali responsabilità, quali garanzie) venga schiacciata dalla rissa.

La “trasparenza” come promessa ingestibile. Pubblicare milioni di documenti non equivale a chiarire i fatti. Senza un indice comprensibile, senza spiegazioni sulle redazioni e senza un canale credibile per le vittime, l’archivio diventa rumoroso: tanto materiale, poca verità condivisa.

Il nodo spesso dimenticato: un nome in un file non è una condanna

Nel caos del dibattito pubblico, un rischio è strutturale: confondere “citato” con “colpevole”. I file possono contenere contatti, email, riferimenti, appunti investigativi e ipotesi di lavoro. Alcuni nomi possono essere irrilevanti, altri potenzialmente importanti, altri ancora citati per ragioni burocratiche. Per questo, la richiesta di trasparenza dovrebbe andare insieme a un metodo: distinguere prove, accuse, contesto e responsabilità accertate.

Lo stesso vale per figure note: Donald Trump non risulta accusato di reati nel caso Epstein, mentre Ghislaine Maxwell è stata condannata per reati legati al traffico sessuale. Il resto, per definizione, va maneggiato con precisione e non con slogan.

Cosa può succedere adesso: accesso non redatto e resa dei conti sui criteri

Dopo le polemiche, il DOJ ha accettato di permettere ai membri del Congresso di visionare versioni non redatte dei file già pubblicati, su postazioni controllate e con regole restrittive (niente copie elettroniche). È un passo che non risolve tutto, ma sposta la partita: se i parlamentari vedono cosa è stato oscurato, diventa più difficile difendere redazioni arbitrarie e più facile individuare errori reali.

Resta però la questione più importante per chi ha subito abusi: il canale di ascolto e tutela. Finché le vittime continueranno a dire “non ci hanno incontrate” o “non ci hanno risposto”, ogni discussione su binder, tranches e omissis suonerà come l’ennesimo modo di parlare di Epstein senza parlare con le persone che Epstein ha rovinato.

In sintesi

Fatto: la legge impone trasparenza con eccezioni precise. Accusa: il DOJ avrebbe protetto i potenti e danneggiato le vittime con una gestione confusa. Difesa: limiti legali, tempi compressi, indagini in corso. Ipotesi: la promessa di “tutto pubblico” è stata gestita come propaganda, e la propaganda non sa proteggere nessuno.