Crans-Montana, la rabbia esplode davanti ai giudici: familiari delle vittime contro i coniugi Moretti all’arrivo all’interrogatorio

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Il dolore non può diventare giustizia “a spintoni”: se lo Stato perde il controllo, lo perdono tutti.

Il fatto: parapiglia a Sion prima dell’audizione di Jessica

Pochi minuti prima dell’interrogatorio di Jessica (proprietaria insieme al marito del locale “Le Constellation”), all’ingresso della sede universitaria dove si tengono le audizioni a Sion si è verificato un parapiglia: alcuni familiari delle vittime del rogo di Capodanno hanno contestato e spintonato i coniugi Moretti al loro arrivo, nonostante fossero accompagnati dai legali e scortati dalla polizia.

Secondo le ricostruzioni disponibili, i familiari presenti erano meno di una decina. La tensione è salita rapidamente, fino al contatto fisico. L’episodio non cambia il cuore del procedimento, ma racconta il clima: una comunità di famiglie che vive l’inchiesta come l’unico modo per dare un senso a una notte che ha distrutto decine di vite.

La rabbia dei familiari esplode contro i Moretti, aggrediti fisicamente e insultati proprio all’inizio della sessione di interrogatori

Il contesto: la strage di Capodanno al Constellation

Il rogo nel locale interrato di Crans-Montana ha provocato 41 morti e 115 feriti. Numeri da tragedia nazionale, con molte famiglie italiane coinvolte tra vittime e ustionati. È su questo sfondo che ogni comparsa pubblica degli indagati diventa detonatore emotivo.

I coniugi Moretti sono indagati in Svizzera per ipotesi colpose legate a omicidio, lesioni e incendio. In parallelo, anche la magistratura italiana ha aperto un fascicolo per ipotesi di reati colposi legati al disastro e alle conseguenze sulle vittime italiane.

Fatti, accuse, ipotesi: come leggere ciò che sappiamo

FATTO: c’è stato un parapiglia e un’aggressione/contestazione fisica all’arrivo dei coniugi Moretti all’interrogatorio. FATTO: sono indagati e vengono sentiti nell’ambito di un’inchiesta penale ancora in corso.

ACCUSA (dei familiari e delle parti civili, in senso sociale e processuale): che il locale non fosse sicuro e che eventuali omissioni e scelte gestionali abbiano contribuito al numero di vittime. Questa è l’area su cui si gioca il processo: non basta l’indignazione, servono nessi provati tra condotte e conseguenze.

IPOTESI (investigative): oltre alle responsabilità dei gestori, l’inchiesta sta scandagliando il sistema dei controlli pubblici e la catena delle autorizzazioni. È un filone che, se confermato, sposterebbe l’attenzione anche su omissioni istituzionali.

La linea difensiva di Jacques Moretti: “locale sicuro, se non lo era è colpa dei controlli”

Nel suo interrogatorio precedente, Jacques Moretti ha insistito su una tesi costante: il Constellation sarebbe stato un locale “sicuro”; se non lo era, la responsabilità ricadrebbe su Comune e Cantone per controlli mancati o inadeguati. Ha citato, tra gli altri punti, l’impianto di ventilazione e la questione degli estintori non utilizzati durante la fuga.

È una strategia difensiva chiara: spostare il baricentro dal “cosa ha fatto il gestore” al “cosa dovevano verificare le istituzioni”. Ma anche qui vale la regola pro-lettori: è una versione, non un verdetto. Saranno le perizie e le carte a dire se e quanto i controlli siano stati carenti, e se ciò esoneri o meno chi gestiva il locale dai doveri di sicurezza.

Il fronte istituzionale: controlli, fascicoli e funzionari sotto pressione

In Svizzera è stato interrogato anche un ex responsabile della sicurezza pubblica comunale, in qualità di indagato: secondo ricostruzioni della stampa svizzera, avrebbe svolto le uniche due ispezioni approfondite nel 2018 e 2019 e poi non avrebbe effettuato le ispezioni annuali previste; inoltre emergono interrogativi sulla chiusura amministrativa di un fascicolo relativo al locale nel 2023 senza evidenza di lavori di messa in conformità richiesti in precedenza.

Questo filone non “assolve” nessuno automaticamente. Però cambia la fotografia: se i controlli non hanno funzionato, la tragedia diventa anche un caso di sistema, non solo di singolo locale.

L’inchiesta italiana: perché Roma sequestra i telefoni delle vittime e dei feriti

La Procura di Roma ha disposto sequestri probatori dei cellulari di ragazzi italiani deceduti o feriti: l’obiettivo è estrarre dati, immagini, video e chat della notte tra il 31 dicembre e il 1 gennaio per ricostruire sequenze, tempi, condizioni interne e comportamenti in quei minuti decisivi.

È un passaggio che dice molto sul metodo: quando i testimoni diretti sono decine e le versioni possono divergere, i telefoni diventano “memoria oggettiva” da trattare con rigore forense. Non serve a fare spettacolo: serve a fissare una cronologia che regga in aula.

Perché l’aggressione davanti all’aula è un problema (anche per chi chiede giustizia)

La rabbia dei familiari è comprensibile, ma l’aggressione è una scorciatoia pericolosa: rischia di trasformare un procedimento penale in un’arena. E può persino diventare un assist per chi, domani, dovesse sostenere che l’ambiente è “avvelenato” e che le parti civili inseguono vendetta più che verità.

Il punto non è predicare calma dall’alto. Il punto è proteggere l’unica cosa che può davvero restituire responsabilità: un’istruttoria completa, pubblica, verificabile. Senza questo, resta solo una guerra di urla.

Cosa succede adesso: le tre cose che faranno davvero la differenza

Primo: perizie tecniche e ricostruzione dell’innesco e della propagazione del fuoco, con attenzione a materiali, ventilazione, vie d’uscita e gestione dell’emergenza. Secondo: verifica documentale su licenze, capienza, controlli e non conformità eventuali. Terzo: confronto tra le testimonianze e i dati digitali (telefoni, video, comunicazioni) per fissare una timeline affidabile.

Solo quando questi tre livelli si allineano, un processo smette di essere cronaca e diventa responsabilità: individuale, e se necessario istituzionale.