Quando il territorio crolla, la politica non può cavarsela con le promesse: deve rispondere di ciò che non ha fatto.
La frana di Niscemi non è più un’emergenza locale: è diventata un caso politico nazionale, perché mette insieme tre elementi esplosivi. Primo: l’entità del dissesto, con una collina che continua a muoversi e una zona rossa che cresce. Secondo: il tema delle responsabilità pregresse, riaperto dal ministro per la Protezione civile Nello Musumeci. Terzo: lo scontro sulle priorità di spesa pubblica, con il Ponte sullo Stretto sullo sfondo come simbolo di una scelta di politica infrastrutturale che oggi, davanti a migliaia di sfollati, torna inevitabilmente nel dibattito.
Musumeci ha annunciato che proporrà in Consiglio dei ministri un’indagine amministrativa per capire perché, dopo la frana del 1997, non si sia intervenuti in modo risolutivo. Le opposizioni reagiscono duramente: “Musumeci si dimetta”, “Meloni venga in Aula”. In mezzo c’è un fatto che non ammette retorica: oltre 1.500 persone hanno dovuto lasciare casa e una parte significativa rischia di non rientrarci più.



