Minneapolis, Alex Pretti ucciso da un agente federale: i video smentiscono DHS, spuntano “prove rimosse” e lo Stato fa causa a Washington

0
83

Se i video contraddicono la versione ufficiale, l’unica risposta accettabile è una: verità completa, indipendente, verificabile.

Alex Jeffrey Pretti, 37 anni, infermiere di terapia intensiva, è stato ucciso a Minneapolis da un agente della U.S. Border Patrol durante un’operazione federale legata ai controlli sull’immigrazione. Il Department of Homeland Security (DHS) sostiene che Pretti si sia avvicinato agli agenti con una pistola e che l’agente abbia sparato “in difesa”. Ma una serie di video di passanti – verificati da Reuters e analizzati da Associated Press – mostra un’altra scena: Pretti tiene in mano un telefono, viene colpito con spray urticante, immobilizzato a terra da più agenti e poi raggiunto da colpi sparati mentre è ancora bloccato.

Questa non è una “guerra di narrazioni”. È un caso in cui la prova visiva mette in crisi la versione istituzionale. E quando la prova visiva esiste, la democrazia ha un dovere: non proteggere l’immagine di un apparato, ma garantire che l’indagine sia indipendente e che le responsabilità – se ci sono – emergano fino in fondo.

Minneapolis – Alex Pretti, un attimo prima di essere ucciso. In mano teneva il suo telefonino

Cosa dicono i video: telefono in mano, spray, immobilizzazione, spari

Secondo Reuters, i video mostrano Pretti mentre filma gli agenti e prova a intervenire quando una donna viene spinta a terra. Un agente lo spruzza al volto; più agenti lo afferrano e lo costringono a terra. Mentre è immobilizzato, si sente qualcuno urlare “gun, gun” (arma, arma). Un filmato sembra mostrare un agente che estrae una pistola dalla zona della vita di Pretti e si allontana. Subito dopo, un agente punta l’arma verso la schiena di Pretti e spara più colpi; altri spari seguono. La sequenza è la ragione per cui le autorità locali contestano la narrativa “difensiva” così come presentata dal DHS.

Associated Press aggiunge un dettaglio che pesa: nessuno dei video disponibili mostra Pretti brandire una pistola. Nelle immagini, le sue mani risultano occupate dal cellulare. E AP descrive il momento che diventa cruciale per l’indagine: la pistola sembra essere rimossa dalla persona, poi parte il primo colpo e arrivano altre scariche “nella schiena” mentre Pretti è ancora a terra.

La versione federale: “si è avvicinato armato” e la parola che incendia tutto

Il DHS sostiene che Pretti abbia “approached” gli agenti con una pistola semiautomatica 9mm e che abbia “resistito” ai tentativi di disarmarlo. Il segretario alla Sicurezza interna Kristi Noem e il vertice Border Patrol hanno usato parole estremamente pesanti, parlando di “domestic terrorism” e di un uomo arrivato “per fare massimo danno”. È un’accusa che alza la soglia di gravità istituzionale: se pronunci un’etichetta del genere, devi poterla sostenere con prove robuste, non con comunicati.

Il punto più grave: l’evidenza e la scena del crimine

AP racconta un elemento che, se confermato dagli atti, è un campanello d’allarme enorme: il DHS avrebbe pubblicato su X la foto della pistola sequestrata e la descrizione (“due caricatori e nessun documento”) prima ancora che la famiglia fosse informata ufficialmente della morte. E soprattutto, secondo AP, le autorità del Minnesota sostengono che la rimozione dell’arma dalla scena possa aver compromesso la corretta gestione delle prove.

Qui la questione è tecnica, non emotiva: in un uso della forza letale, la conservazione della scena è parte della verità. Se un reperto chiave viene spostato, fotografato, “esibito” e non lasciato nella catena di custodia prevista, ogni indagine diventa più fragile – e ogni dubbio più legittimo.

Lo scontro Stato–Washington: “ci hanno bloccato l’accesso”

Il governatore del Minnesota Tim Walz ha dichiarato di aver visto i video e di considerarli incompatibili con la versione federale, chiedendo che l’indagine sia condotta a livello statale. Reuters riporta che Drew Evans (Minnesota Bureau of Criminal Apprehension) ha detto che gli agenti federali hanno impedito al suo team di avviare subito l’indagine sulla scena.

Il passo successivo è ancora più netto: l’ufficio del procuratore della contea di Hennepin (Mary Moriarty) e la BCA, con l’Attorney General del Minnesota Keith Ellison, hanno depositato una causa in un tribunale federale per impedire la distruzione o alterazione delle prove. Nel comunicato ufficiale si afferma che i federali avrebbero portato via evidenze, “impedendo alle autorità statali di ispezionarle”. È un atto istituzionale rarissimo: uno Stato che trascina in giudizio apparati federali per proteggere le prove di una sparatoria.

La prova che manca: il video del telefono di Pretti

Un dettaglio spiega perché la richiesta di trasparenza è destinata a crescere: AP scrive che una prova chiave potrebbe essere proprio il video registrato dal telefono che Pretti aveva in mano, ma che le autorità federali non lo hanno ancora reso pubblico né condiviso con gli investigatori statali. In una vicenda dominata dalle immagini, quel file può chiarire o smentire in modo definitivo diversi passaggi: tempi, distanze, parole, e soprattutto il momento esatto in cui l’arma diventa (se lo diventa) una minaccia reale.

Chi era Pretti: perché la biografia conta meno delle prove (ma qualcosa dice)

AP descrive Pretti come un infermiere di terapia intensiva al VA Medical Center, ricordato da pazienti e famiglie come persona empatica e generosa. Era cittadino statunitense, nato in Illinois. Secondo AP e Reuters, non risultano precedenti penali (solo violazioni stradali); la famiglia afferma che possedeva un’arma e aveva un permesso di porto occulto, ma contesta la narrazione federale di un uomo arrivato “per uccidere”. Questo, però, è il punto: in un caso così non decide la biografia, decidono i fatti e i secondi prima degli spari.

La politica entra (e qui è un problema): “copertura” o “indagine”?

La vicenda è ormai nazionale. Un articolo NPR rilanciato da OPB riporta che senatori democratici e repubblicani chiedono un’indagine piena e congiunta, con alcuni che parlano apertamente di rischio “cover up” se i federali tengono fuori lo Stato. Quando perfino parte della maggioranza chiede trasparenza, significa che la crisi non è solo morale: è istituzionale.

Le responsabilità che vanno chiarite, senza sconti

Se l’America vuole essere credibile quando parla di “rule of law”, qui deve applicarla a se stessa. Le domande non negoziabili sono quattro:

1) Quando e come è stata individuata l’arma? Era visibile prima dell’immobilizzazione? O emerge solo durante la colluttazione?

2) Chi ha sparato e in quale momento? Si è sparato mentre la minaccia era ancora attuale o dopo che l’arma risultava già sotto controllo?

3) Chi ha gestito la scena? Perché le autorità statali riferiscono accesso negato e prove rimosse?

4) Perché il DHS ha comunicato pubblicamente (e con toni massimalisti) prima di completare un’indagine e prima di informare la famiglia?

Un’ultima cosa va detta senza ipocrisie: la “self-defense” non è una formula che chiude un caso. È un’ipotesi che si dimostra. E se i video la contraddicono, la responsabilità dello Stato è una sola: aprire tutto, consegnare prove, accettare controllo indipendente. Il resto – in una democrazia – si chiama impunità.