Quando la “pace” viene proposta come club a pagamento guidato da uno solo, la domanda non è diplomatica: è costituzionale.
Giorgia Meloni avrebbe deciso di non aderire al “Board of Peace” voluto da Donald Trump: un organismo presentato come cabina di regia per Gaza (e poi per altri conflitti), ma costruito — almeno nelle bozze circolate — come struttura permanente sotto guida statunitense, con una quota d’ingresso enorme e poteri concentrati nelle mani del presidente Usa. La ragione del no, per come viene ricostruita da più fonti italiane e internazionali, non è solo politica: è giuridica. Palazzo Chigi teme che l’adesione violerebbe il perimetro dell’articolo 11 della Costituzione, che consente partecipazione a organizzazioni internazionali solo “in condizioni di parità con gli altri Stati”.
La notizia conta per due motivi. Primo: perché il “Board” non è una conferenza, ma un progetto che ambisce a diventare un’architettura alternativa (o concorrente) alle Nazioni Unite, proprio mentre il Medio Oriente resta instabile. Secondo: perché mette alla prova il rapporto tra Meloni e Trump nel momento in cui l’Europa accusa Washington di trasformare tariffe e pressione economica in strumenti di obbedienza politica.



