Se la giustizia può essere osservata da remoto, non è solo un problema tecnico: è un problema di democrazia.
Un software installato su circa 40mila computer di procure e tribunali italiani che, secondo Report, permetterebbe controlli da remoto fino a “videosorvegliare” l’attività dei magistrati senza che se ne accorgano. È l’anticipazione dell’inchiesta che la trasmissione di Rai3 manderà in onda domenica 25 gennaio. L’accusa è pesante e tocca il nervo più scoperto: la riservatezza delle indagini e l’indipendenza della magistratura.
La risposta del Ministero della Giustizia è altrettanto netta: il Guardasigilli Carlo Nordio parla di “accuse surreali”, sostiene che si tratti del normale sistema di gestione informatica in uso dal 2019 e nega che consenta sorveglianza dell’attività dei magistrati o accessi occulti. È quindi uno scontro frontale tra una ricostruzione giornalistica fondata – secondo Report – su documenti e testimonianze, e una smentita istituzionale che rivendica tracciabilità e impossibilità tecnica di spiare.

Che software è (secondo Report) e perché fa paura
Il nome indicato da Report è ECM/SCCM, sigla che rimanda a Microsoft Endpoint Configuration Manager (storicamente System Center Configuration Manager). È una piattaforma usata in grandi organizzazioni per amministrare i pc: distribuire aggiornamenti, installare software, configurare dispositivi, gestire inventari. In sé, non è “uno spyware”. Il punto è la capacità: in certe configurazioni può includere funzioni di controllo remoto e gestione che, se governate male o abusate da chi ha privilegi amministrativi, diventano un’arma.
Nell’anticipazione riportata da più testate, Report sostiene che il controllo remoto sarebbe disattivo “di default”, ma che tecnici con permessi da amministratore potrebbero attivarlo senza informare i magistrati. È l’elemento che trasforma un software di gestione in una possibile falla: non “il prodotto”, ma chi lo controlla, come lo controlla e con quali registrazioni verificabili.
Il nodo Torino e la parola che pesa: “Chigi silenziò”
Secondo la ricostruzione rilanciata da Open, Domani e Il Fatto, l’allarme sarebbe stato sollevato formalmente nel 2024 dalla Procura di Torino, con una segnalazione al Ministero della Giustizia. Sempre secondo Report, la questione sarebbe stata poi “archiviata” ai vertici del ministero e “messa a tacere” su impulso di Palazzo Chigi, come riferirebbe un dirigente ascoltato dalla trasmissione.
Questa è la parte più esplosiva perché non parla solo di cyber-sicurezza: parla di rapporto tra poteri dello Stato. E infatti la politica si è già mossa: esponenti del Pd chiedono che Meloni chiarisca in Parlamento. Ma finché non vengono resi pubblici atti e riscontri, “Chigi silenziò” resta un’accusa giornalistica da dimostrare, non un fatto accertato.
La replica di Nordio: “Non è spyware, non può spiare, ed è tutto tracciato”
Il ministro Carlo Nordio nega che l’infrastruttura consenta sorveglianza dell’attività dei magistrati: sostiene che il sistema non legge contenuti, non registra tasti o schermo, non attiva microfoni o webcam e che le funzioni di controllo remoto non sarebbero attive né sarebbero mai state attivate. Aggiunge un punto decisivo: qualsiasi eventuale intervento richiederebbe conferma dell’utente e sarebbe tracciato nei sistemi.
È un passaggio chiave perché sposta la discussione su un terreno verificabile: log, policy, autorizzazioni e audit. In altre parole: o esistono prove di accessi non autorizzati (o di possibilità reali di accesso occulto), oppure la storia resta una disputa tra narrazioni.



