Se la pace diventa una moneta di scambio per un premio, non è diplomazia: è potere allo stato puro.
Senza Nobel, niente pace. E voglio la Groenlandia”: la lettera di Trump e il salto di qualità del ricatto politico
Una lettera, un premio e un territorio. Donald Trump avrebbe scritto al premier norvegese Jonas Gahr Støre legando la sua “obbligazione” a pensare “solo alla pace” al fatto di non aver ricevuto il Nobel per la Pace, e collegando la stessa frustrazione all’obiettivo di ottenere “controllo completo e totale” sulla Groenlandia. La vicenda è stata riportata da più fonti internazionali e rilanciata anche in Italia: non come una boutade, ma come un messaggio politico dentro una crisi già accesa da minacce di dazi contro Paesi europei.
La domanda non è se la lettera sia “di cattivo gusto”. La domanda è più seria: che cosa significa, per il sistema internazionale, quando un presidente usa la pace come leva reputazionale (“datemi il Nobel”) e la sovranità altrui come obiettivo negoziale (“datemi la Groenlandia”), con in più un contorno economico punitivo (“se non siete d’accordo, pagate dazi”)?



