Se lo Stato può toglierti il respiro “per fermarti”, il problema non è un singolo caso: è la regola che lo rende possibile.
La Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) ha condannato l’Italia per la morte di Riccardo Magherini, avvenuta a Firenze nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2014 durante un intervento dei carabinieri. La sentenza non riapre il processo penale italiano e non attribuisce responsabilità individuali agli agenti: fa qualcosa di diverso e, per certi versi, più pesante sul piano istituzionale. Stabilisce che lo Stato italiano ha violato l’articolo 2 della Convenzione (diritto alla vita) sia sul piano “sostanziale” (uso della forza/restrizione) sia su quello “procedurale” (qualità e indipendenza dell’indagine).
Il cuore della decisione sta in una frase che taglia come un bisturi: non c’era “assoluta necessità” di mantenere Magherini immobilizzato a terra in posizione prona, per un tempo prolungato, e in condizioni che hanno finito per risultare letali. È il punto che rovescia la prospettiva: non si discute più soltanto “cosa è accaduto”, ma se lo Stato avesse regole, formazione e indagini adeguate per impedire che accada.



