Il superpotere che uccide: Iran, Gaza, Minneapolis e la resa dei contrappesi

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Quando il potere parla di “ordine”, il conto lo pagano quasi sempre i senza-scorta.

Ci sono notizie che non stanno in una riga. Perché non raccontano solo un fatto: raccontano un meccanismo. In Iran le proteste e la repressione stanno producendo un bilancio di morti che le fonti indipendenti stimano in migliaia, con numeri contestati e un clima di processi rapidi e punizioni esemplari. A Gaza, anche durante il cessate il fuoco, continuano a morire bambini. Negli Stati Uniti, a Minneapolis, una donna di 37 anni, Renée Good, è stata uccisa durante un’operazione di ICE, e la battaglia non è solo su “cosa è successo”, ma su chi avrà il potere di dire l’ultima parola.

Il punto è uno: quando una società consegna “superpoteri” a qualcuno — un governo, un apparato, una catena di comando — senza controlli reali, quel potere prima o poi viene usato contro chi non può difendersi. Non serve che arrivi la dittatura dichiarata. Basta che i contrappesi diventino “intralcio”, che l’indagine diventi “fastidio”, che la trasparenza venga archiviata come “propaganda nemica”.

Tre scenari diversi, una dinamica identica

In Iran la questione non è solo il numero — che resta oggetto di scontro tra versioni ufficiali e stime di gruppi per i diritti — ma il segnale: la violenza come strumento di governo. Quando le autorità parlano di “ordine” e “terrorismo”, e intanto arrivano segnalazioni di uso letale della forza, arresti e minacce di processi lampo, il messaggio sociale è chiaro: disobbedire può costarti la vita, e chiedere conto può costarti la libertà.

Auto ed edifici in fiamme mentre continuano le proteste nella capitale iraniana

A Gaza la tragedia è ancora più crudele perché colpisce la parte più indifesa del presente e del futuro: i bambini. Se perfino un cessate il fuoco continua a produrre morti infantili, il problema non è la parola “tregua”. È la realtà: chi controlla il fuoco, chi controlla i corridoi, chi controlla il cielo e il suolo, e quanto vale — davvero — la vita di chi non ha alcun potere negoziale.

Gaza- Braccia che stringono la vita per non lasciarla andare. In un mondo che crolla, l’unico rifugio resta l’abbraccio di un fratello: l’ultimo baluardo di umanità tra le macerie di un’infanzia negata.

A Minneapolis, nel caso Renée Good, la ferita è quella che una democrazia non può permettersi di normalizzare: una morte durante un’operazione statale e, subito dopo, lo scontro sulla responsabilità. Quando un’amministrazione chiude la porta a un certo tipo di inchiesta e i magistrati o i funzionari che chiedono approfondimenti si dimettono o vengono messi ai margini, non è solo un caso giudiziario: è una domanda sullo Stato di diritto.

Renée Nicole Good (1988-2026). Poetessa pluripremiata, madre, voce libera. Uccisa a bruciapelo con tre colpi alla testa da agenti dell’ICE.
La sua penna si è fermata, ma la sua verità grida giustizia

Il trucco che rende accettabile l’inaccettabile

Il superpotere non si presenta mai come “superpotere”. Si presenta come emergenza, come sicurezza, come “abbiamo le mani legate”. E funziona perché offre un nemico comodo: il diverso, il migrante, il “sovversivo”, il “terrorista”, il “nemico interno”. La politica più facile è quella che promette protezione in cambio di un pezzo di libertà: un pezzo oggi, un altro domani, finché il controllo diventa un’opinione e la vita altrui una statistica.

La domanda è: quante volte dobbiamo vedere la stessa scena per chiamarla con il suo nome? Un potere senza freni non “scappa” ogni tanto: scivola sempre. E quando scivola, non colpisce chi ha microfoni, avvocati e scorte. Colpisce chi torna da scuola, chi guida, chi vive in tenda, chi protesta, chi “capita lì”.

Cosa c’entra con noi, oggi

La posta in gioco non è un’opinione su questo o quel leader. È il principio che nessuno — nessuno — dovrebbe poter decidere di fatto su vita e morte senza un sistema che obblighi a rendere conto. Perché se accetti che “non si può indagare”, domani accetterai che “non si può sapere”. E dopodomani che “non si può protestare”.

I contrappesi non sono burocrazia. Sono freni. Sono procedure. Sono prove pubbliche, inchieste indipendenti, giudici che non obbediscono al clima politico, giornalisti che non si accontentano del comunicato, parlamenti che non delegano in bianco. Quando questi freni saltano, la società diventa una strada in discesa: basta poco per trasformare un cittadino in bersaglio.

Il punto finale: l’umanità non “si sveglia” con uno slogan

“Svegliarsi” significa una cosa concreta: smettere di premiare chi promette onnipotenza e iniziare a pretendere responsabilità. Significa chiedere nomi, atti, tempi, catene di comando. Significa non accettare che la morte di un bambino diventi un “effetto collaterale” permanente, che la morte di una donna diventi un “incidente” archiviabile, che la morte di un ragazzo diventi un “messaggio” agli altri.

Il potere assoluto non nasce perché qualcuno lo prende. Nasce perché molti lo concedono. E ogni concessione ha un prezzo: lo pagano sempre quelli che non possono farlo pagare a nessuno.

Cosa sappiamo: in Iran la repressione delle proteste sta producendo un bilancio di migliaia di morti secondo gruppi per i diritti e media internazionali; a Gaza UNICEF segnala che anche durante il cessate il fuoco continuano a morire bambini; a Minneapolis il caso Renée Good è al centro di un duro confronto istituzionale su indagini e accountability.

Cosa non sappiamo: i numeri definitivi e verificati in tempo reale per tutti gli scenari; l’esito giudiziario e disciplinare dei singoli casi; e soprattutto quanta verità verrà resa pubblica e quanta resterà schermata da segreti e versioni di parte.

Cosa aspettarci: una lotta lunga tra narrazioni e prove, tra potere e controllo. E un bivio civico: o i cittadini pretendono contrappesi veri, o il “superpotere” continuerà a presentarsi come soluzione, finché qualcuno scoprirà di esserne diventato la vittima.