Quando la sicurezza dorme, a svegliarsi è sempre il conto. E non lo paga chi firma l’autorizzazione.
Jacques Moretti, indicato come uno dei gestori/proprietari del locale “Le Constellation” di Crans-Montana (Cantone Vallese, Svizzera), è stato posto in custodia su decisione della procura cantonale: la motivazione resa pubblica è il rischio di fuga. Il provvedimento arriva a pochi giorni dalla tragedia del 1 gennaio 2026, quando un incendio durante i festeggiamenti di Capodanno ha causato 40 morti e 116 feriti, molti dei quali gravi e in larga parte giovani.


La scelta di intervenire adesso ha un peso che va oltre il nome dell’indagato: per giorni, in Svizzera e fuori, la domanda più ripetuta è stata una sola: com’è possibile che i gestori siano rimasti liberi così a lungo dopo un evento di questa portata? Oggi la procura risponde con un concetto giuridico molto concreto: il tempo e la possibilità di allontanarsi contano, eccome. Tradotto: “poteva scappare”.
Cosa sappiamo: chi, cosa, quando, dove
L’incendio è scoppiato nella notte tra il 31 dicembre e il 1 gennaio nel bar/discoteca Le Constellation, nel comprensorio sciistico di Crans-Montana. Le autorità svizzere hanno aperto un’inchiesta penale sui gestori con ipotesi di omicidio colposo, lesioni colpose e incendio colposo. In parallelo, per le vittime straniere, risultano attivate anche iniziative investigative in Italia e in Francia.
Il 9 gennaio 2026, giorno di lutto nazionale in Svizzera, i coniugi Moretti sono stati convocati in procura a Sion. In quel contesto è stata disposta la custodia per Jacques Moretti. La moglie, indicata come co-gestore/co-manager, risulta invece lasciata in libertà con misure di sorveglianza giudiziaria.
Perché l’arresto arriva ora: la variabile “fuga”
La procura ha motivato la custodia con un’esigenza cautelare: evitare un allontanamento che renderebbe più difficile l’accertamento dei fatti e l’eventuale processo. È un passaggio che sembra banale, ma non lo è: finché una persona è indagata e non detenuta, può muoversi, organizzare una difesa, ma anche sottrarsi. Ed è qui che la critica pubblica si fa più tagliente: se oggi c’è un rischio di fuga, perché nei primi giorni si è ritenuto che i requisiti per un provvedimento restrittivo non fossero sufficienti?
La risposta, in uno Stato di diritto, non può essere “perché sì”: deve essere documentabile. Se la soglia per limitare la libertà personale è alta (ed è giusto che lo sia), allora anche la scelta di non intervenire subito deve poggiare su criteri chiari e verificabili. E qui la tragedia diventa una domanda istituzionale: chi valuta, con quali elementi, in quali tempi, quando un indagato può rimanere libero dopo un disastro con decine di vittime.
La dinamica del rogo: l’ipotesi delle “sparkling candles”
Secondo quanto riferito da investigatori e procure, una delle ipotesi centrali è che il rogo sia stato innescato da candele scintillanti (le “sparkling candles” spesso usate su bottiglie di champagne) che avrebbero incendiato il rivestimento o il materiale fonoassorbente del soffitto nel seminterrato. È un dettaglio tecnico solo in apparenza: la differenza tra un “effetto scenico” e una trappola mortale spesso sta nel tipo di materiale e nella velocità con cui il fuoco produce fumo e gas in ambienti chiusi.

Al momento questa resta una ricostruzione investigativa, non una verità definitiva. Ma è già sufficiente per porre il punto: se un locale permette o tollera prassi “da show” in uno spazio che non è progettato per quello, la sicurezza diventa una lotteria. E nelle lotterie, a perdere, di solito, sono sempre i clienti.
Il nodo che imbarazza tutti: i controlli mancati
Il tema più pesante non è solo “cosa è bruciato”, ma “chi doveva impedire che fosse possibile”. Diverse ricostruzioni riportano un dato che, se confermato in atti, è devastante: il locale non sarebbe stato sottoposto a controlli antincendio regolari per anni. Alcune fonti indicano che l’ultima ispezione risalirebbe al 2019 e che negli anni successivi sarebbero mancate verifiche previste. Il sindaco della località avrebbe ammesso lacune nella sorveglianza e “controlli saltati”.
Qui l’indagine dovrebbe allargarsi per forza: non per “scaricare” responsabilità, ma per ricostruire la catena reale. Un locale non diventa improvvisamente sicuro perché ha musica e turismo. È sicuro se qualcuno controlla davvero capienza, uscite, materiali, impianti, procedure e autorizzazioni. Se per anni nessuno verifica, il sistema non fallisce “una volta”: fallisce come metodo.
Capienza, uscite, lavori: le domande che decidono un processo
Le ricostruzioni giornalistiche insistono su tre filoni: possibile sovraffollamento rispetto alla capienza, dubbi sulle uscite di emergenza e interrogativi su lavori e modifiche interne nel tempo. Alcuni articoli parlano anche di una porta o di un’uscita che avrebbe potuto facilitare la fuga ma con caratteristiche contestate (orientamento, apertura, fruibilità). Sono aspetti che oggi viaggiano tra cronaca e ipotesi: faranno la differenza solo se saranno riscontrati in perizie, planimetrie, verbali e sopralluoghi.
Ma la domanda di fondo resta semplice: se le vie di fuga non erano “a prova di panico”, chi ha firmato l’ok? E se l’ok non c’era, perché il locale lavorava lo stesso? È qui che il caso smette di essere “un incidente” e diventa un problema di governo della sicurezza: controlli affidati a terzi, controlli non fatti, controlli fatti “sulla carta”.
Chi sono i Moretti: cosa è rilevante (e cosa no)
Le autorità li indicano come gestori/proprietari, una coppia francese. Parte della stampa ha ricostruito anche il profilo imprenditoriale e alcuni precedenti giudiziari di Jacques Moretti in Francia, citando una condanna del 2008 per reati legati allo sfruttamento della prostituzione. Questo elemento, da solo, non prova nulla sulla strage: non è una scorciatoia per il giudizio penale e non sostituisce le prove sul rogo.



