Se il potere parla di libertà, controlla sempre dove mette la firma: di solito è lì che passa il conto.
L’analisi che rimbalza oggi, 5 gennaio 2026, non parla solo di Venezuela. Parla di un metodo. Secondo Federico Fubini sul Corriere, il vero “centro di comando” di questa partita non sono i pozzi dell’
Che cosa sta succedendo: petrolio e sanzioni nello stesso interruttore
Nelle ore successive all’operazione USA in Caracas, Donald Trump ha legato apertamente la crisi alla prospettiva di far tornare le compagnie petrolifere americane nel Paese e di “riparare” l’infrastruttura energetica. Il punto, però, non è lo slogan. È la meccanica: se l’export venezuelano dipende da licenze concesse a Washington, allora la leva non è solo militare o diplomatica. È amministrativa. E la leva amministrativa, quando pesa miliardi, diventa politica.

Il cuore dell’argomento di Fubini: “l’OFAC come nuovo Cremlino”
Fubini usa una definizione volutamente provocatoria: l’OFAC come “nuovo Cremlino”, perché in questa logica sanzioni e petrolio si incastrano come strumenti per premiare e punire, distribuendo accesso al mercato in cambio di fedeltà e appoggio. Nel suo ragionamento, la partita non riguarda solo i flussi di greggio: riguarda chi ottiene contratti, con quali condizioni, e con quale “reciprocità” politica.
Perché entra in scena Putin: il paragone non è morale, è operativo
Qui va chiarito: parlare di “manuale di Putin” non significa dire che tutto sia uguale. Significa mettere a fuoco un meccanismo simile: l’uso del potere statale per controllare asset strategici e, quando serve, riassegnarli a soggetti “graditi”. Fubini richiama il precedente russo degli espropri e delle redistribuzioni di asset a imprenditori vicini al potere. È un paragone che fa discutere proprio perché sposta la domanda: non “chi ha ragione”, ma “chi decide chi guadagna”.
La realtà industriale: il petrolio venezuelano non è un bancomat
Al di là della retorica, il settore venezuelano è descritto da più fonti come logorato da anni di mala gestione, corruzione, carenza di investimenti e impatto delle sanzioni. Alcune stime citate dal Corriere parlano di decine di miliardi solo per reggere gli attuali livelli e fino a circa 100 miliardi per un vero raddoppio in alcuni anni. E c’è il tema tecnico: un greggio spesso viscoso e ad alto zolfo, che richiede impianti e processi costosi. Tradotto: per le major, entusiasmo mediatico e conti economici non coincidono sempre.



