“Gli Usa minano le fondamenta dell’Onu”: la Francia al Consiglio di Sicurezza alza la voce. E la Carta diventa improvvisamente “scomoda”

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La Carta ONU non è un menù: non puoi ordinare solo l’articolo che ti piace e rimandare il conto alla comunità internazionale.

Non è un litigio diplomatico qualunque: è una crepa nel pavimento della casa comune. Al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la Francia ha attaccato frontalmente l’azione degli Stati Uniti in Venezuela, sostenendo che violazioni della Carta ONU da parte dei membri permanenti “minano le fondamenta” dell’ordine internazionale. Parole pesanti, soprattutto perché pronunciate nel luogo dove, in teoria, le regole dovrebbero pesare più dei muscoli.

Che cosa è successo: chi, cosa, quando, dove

La scena è New York, sede dell’ONU, nella riunione del 5 gennaio 2026. Il vice ambasciatore francese Jay Dharmadhikari ha detto che l’operazione militare che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro è contraria al principio di risoluzione pacifica delle controversie e al principio del non uso della forza. E ha aggiunto il punto politicamente più esplosivo: quando le violazioni arrivano da Stati con “responsabilità” perché membri permanenti, si indeboliscono pace e sicurezza internazionali.

Perché Parigi parla di “fondamenta”: la regola madre dell’ONU

Il cuore della questione sta nella grammatica della Carta ONU. Il principio generale vieta la minaccia o l’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di uno Stato. L’eccezione più citata è l’autodifesa (quando c’è un “attacco armato”), e in alcuni casi l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza. La Francia, in sostanza, dice: se si aggira quella regola, l’ONU diventa un palco dove ognuno recita la propria legalità “su misura”.

La replica americana: “law enforcement”, niente occupazione, invocato l’articolo 51

Gli USA hanno difeso l’operazione come intervento “chirurgico” di law enforcement, sostenendo di non voler occupare il Paese e richiamando l’articolo 51 della Carta (autodifesa). Nello stesso dibattito, il Segretario generale António Guterres ha espresso preoccupazione per l’instabilità che potrebbe seguire e per il precedente che l’operazione rischia di creare nei rapporti tra Stati. Qui sta lo scontro: non solo “chi ha ragione”, ma “quale mondo stiamo normalizzando”.

Il dettaglio che cambia tutto: il Consiglio di Sicurezza può “condannare”, ma può davvero agire?

Il punto scomodo è istituzionale. Anche se molti Paesi criticano, il Consiglio di Sicurezza è paralizzabile dal veto dei cinque permanenti. E quando il contestato è uno di loro, la probabilità di una misura vincolante scende vicino allo zero. È il paradosso che la Francia sta indicando: se chi custodisce le regole può anche sospenderle, la credibilità dell’arbitro evapora. E a quel punto “ordine internazionale” diventa una formula, non una garanzia.

C’è chi dice: “doppio standard”. C’è chi risponde: “realismo”. Il cittadino cosa deve guardare?

C’è chi sostiene che la protesta francese sia un tentativo di salvare l’idea di un sistema a regole, proprio mentre la geopolitica spinge verso il “si fa perché si può”. Altri osservatori la leggono come un segnale politico: Parigi prova a non restare schiacciata tra alleanza atlantica e pressione del “resto del mondo”, che chiede coerenza quando si parla di sovranità e diritto. In mezzo c’è una verità semplice: senza atti verificabili, le parole restano parole. E in diplomazia, le parole spesso servono anche a prendere tempo.

Tradotto: perché questa storia riguarda anche chi paga bollette e fa la spesa

Quando l’idea che “si può usare la forza” si allarga, cresce l’instabilità. E l’instabilità si traduce in energia più cara, mercati più nervosi, migrazioni più difficili da gestire, maggiore pressione sulla spesa pubblica (anche per la difesa). Non è moralismo: è contabilità. Se le regole diventano opzionali, il conto arriva sempre a chi non vota nei palazzi del potere.

Cosa sappiamo: la Francia al Consiglio di Sicurezza ha definito l’operazione USA in Venezuela contraria al non uso della forza e alla risoluzione pacifica delle controversie, avvertendo che le violazioni da parte di membri permanenti minano le fondamenta dell’ordine internazionale.

Cosa non sappiamo: quali saranno i prossimi passi diplomatici reali (oltre le dichiarazioni), se emergeranno elementi che rafforzino o indeboliscano la tesi americana sull’autodifesa, e quanto spazio ci sarà per una mediazione che riduca l’escalation.

Cosa aspettarci: nuove sedute, nuove prese di posizione e un braccio di ferro sulla parola “legalità”. La domanda che resta è la più semplice e la più scomoda: se le regole valgono solo quando conviene, che cosa resta dell’ONU oltre al suo edificio?