Medvedev dopo Maduro: “Gli Usa potrebbero ripetere l’operazione contro Kiev”. Il precedente che fa tremare la parola sovranità

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FILE PHOTO: Russia's Deputy head of the Security Council Dmitry Medvedev takes part in a wreath laying ceremony marking Defender of the Fatherland Day at the Tomb of the Unknown Soldier by the Kremlin Wall in Moscow, Russia, February 23, 2024. Sputnik/Yekaterina Shtukina/Pool via REUTERS ATTENTION EDITORS - THIS IMAGE WAS PROVIDED BY A THIRD PARTY./File Photo

Quando la geopolitica scopre i “precedenti”, di solito è perché le regole stanno finendo.

“Gli yankee, avendo già creato un precedente simile con Maduro, potrebbero ripeterlo con” gli ucraini. E “ci sono sicuramente molti più motivi per farlo”. La frase è di Dmitrij Medvedev, oggi vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, rilasciata in risposta a domande sull’ipotesi che gli Stati Uniti possano tentare un’azione simile contro Volodymyr Zelensky se dovesse rifiutare un accordo con Donald Trump. Il punto non è solo la provocazione: è l’idea che un’operazione come quella in Venezuela diventi un modello replicabile.

Ricostruzione rapida dei fatti: cosa dice Medvedev e in quale contesto

Il commento arriva mentre la crisi venezuelana è ancora in piena evoluzione: Washington sostiene di aver catturato il presidente venezuelano Nicolás Maduro e la moglie Cilia Flores in un’operazione notturna, e di averli portati fuori dal Paese. Caracas parla di aggressione e chiede il ritorno immediato del presidente. Nel frattempo, al Consiglio di Sicurezza ONU è stata convocata una riunione d’emergenza. In questo scenario Medvedev introduce il concetto che “se si è fatto una volta, si può rifare”.

Il punto è il “precedente”: perché Mosca lo martella

Per Mosca la parola precedente è un grimaldello narrativo. Serve a dire: “vedete, anche l’Occidente usa la forza fuori da un mandato multilaterale, quindi non fateci lezioni”. È un modo per spostare il dibattito dal “chi ha ragione” al “tutti fanno così”. E qui la domanda è una sola: se il mondo accetta l’idea che un leader possa essere estratto da una capitale con un’operazione militare, chi decide domani il prossimo bersaglio?

Ma è realistico “ripeterlo con Kiev”? Qui si misura la differenza tra propaganda e fattibilità

Dire “si può” non significa “si farà”, e soprattutto non significa “si riesce”. L’Ucraina è inserita in un sistema di alleanze, aiuti e presidi di sicurezza che rendono un’azione del genere altamente esplosiva e difficilmente comparabile con il dossier venezuelano. Medvedev, però, non sta facendo un piano operativo: sta alzando il costo politico di ogni pressione americana su Zelensky e, insieme, sta lanciando un messaggio all’opinione pubblica: “se non obbedisci, finisci come Maduro”. È retorica, sì. Ma la retorica, in guerra, è parte dell’arma.

C’è chi sostiene che… il vero obiettivo sia delegittimare Zelensky e spaccare l’Occidente

C’è chi sostiene che l’uscita di Medvedev serva soprattutto a rafforzare la narrativa russa sulla illegittimità del potere ucraino e a insinuare un’idea tossica: che le leadership siano “intercambiabili” se non allineate ai grandi. C’è chi ipotizza un secondo livello: mettere pressione sull’Europa, già divisa tra chi invoca diritto internazionale e chi preferisce la linea della realpolitik. In mezzo, come sempre, resta la stessa frattura: regole per tutti o regole per chi può permettersele.

La cornice ONU: perché la comunità internazionale parla di “precedente pericoloso”

Il Segretario generale António Guterres ha definito l’azione in Venezuela un “precedente pericoloso” e al Consiglio di Sicurezza si va proprio per questo: capire se l’uso della forza sia stato giustificato come “autodifesa” o se abbia superato la linea rossa della sovranità. E qui sta l’effetto domino: se il diritto internazionale viene piegato per un caso, diventa più facile piegarlo per il successivo. È l’argomento che Russia e Cina stanno cavalcando apertamente.

Tradotto: cosa cambia per i cittadini (anche se Caracas e Kiev sembrano lontane)

Quando le potenze normalizzano l’idea del “possiamo farlo”, aumentano instabilità, rischi di escalation e fratture tra alleati. E l’instabilità ha sempre un prezzo pratico: energia più volatile, mercati più nervosi, più spesa in sicurezza, più propaganda, meno trasparenza. Per i cittadini conta questo: un mondo meno regolato è un mondo più caro, e non in senso poetico.

La domanda finale: chi controlla chi usa i “precedenti” come grimaldello?

Medvedev lancia una minaccia politica mascherata da analisi. Gli Stati Uniti rivendicano un’operazione presentata come law enforcement e “transizione”. I governi si dividono tra condanna e prudenza. Il punto è che la parola “precedente” piace a tutti finché colpisce qualcun altro. Poi arriva il giorno in cui bussa alla tua porta diplomatica. E a quel punto non basta dire “era solo una frase”.

Cosa sappiamo

Che Medvedev ha detto che gli Usa potrebbero “ripetere” un’operazione come quella venezuelana contro Kiev, evocando il concetto di precedente e collegandolo a un possibile rifiuto di accordi da parte di Zelensky.

Cosa non sappiamo

Non sappiamo quali siano gli sviluppi definitivi e verificati dell’operazione in Venezuela nei dettagli operativi e legali, né quali condizioni reali siano sul tavolo per un eventuale accordo su Ucraina. E non sappiamo se questa uscita sia solo propaganda o parte di una strategia comunicativa più ampia.

Cosa aspettarci

Un’escalation di dichiarazioni, pressioni diplomatiche al Consiglio di Sicurezza ONU e una guerra di narrazioni: sicurezza contro sovranità. La vera cartina di tornasole sarà una: se le regole tornano centrali, o se diventano accessori da tirare fuori solo quando conviene.