“Ucrainizzazione”: la parola-arma con cui Mosca prova a riscrivere l’Italia (partendo da Napoli)

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Non serve vincere un dibattito: basta cambiare il dizionario con cui lo leggiamo.

Un fatto locale, un frame geopolitico

Il 22 dicembre 2025 un convegno alla Federico II di Napoli (“Russofilia, russofobia, verità”, promosso da una sezione locale ANPI) viene contestato da studenti e attivisti pro-Ucraina. Fin qui: un episodio universitario, con tensioni verbali e proteste su un tema polarizzante. Poi succede l’altra cosa, quella interessante: nei giorni successivi la diplomazia russa trasforma la contestazione in una “prova” di qualcosa di molto più grande, parlando di persecuzione, autorità complici e soprattutto di “ucrainizzazione” della vita pubblica italiana.

Che cosa è successo davvero (e cosa viene “messo in scena”)

Dalle ricostruzioni circolate, non emerge un quadro di violenza organizzata o di “piano” coordinato: emerge il copione tipico di un confronto acceso, con momenti di tensione e contestazione. Il passaggio decisivo sta nello scarto tra fatti e narrazione: un dissenso (anche duro) viene riscritto come repressione, e chi contesta viene etichettato non come cittadino, ma come “aggressore” politico. È qui che la vicenda smette di essere solo Napoli.

Il dettaglio che pesa: la posizione dell’ANPI nazionale

In mezzo, un elemento spesso ignorato: l’ANPI nazionale prende le distanze dall’iniziativa della sezione locale, ribadisce la condanna dell’invasione russa e richiama al pluralismo e alla dialettica democratica. Tradotto: l’organizzazione che viene tirata dentro come “prova” di un clima, in realtà prova a riportare tutto su un terreno verificabile: confronto sì, esasperazione no.

Dall’ambasciata a TASS: come nasce una “verità percepita”

Qui si vede la dinamica classica delle operazioni narrative. Primo step: un nodo “ufficiale”, la rappresentanza diplomatica, fissa lessico e cornice. Secondo step: un megafono, l’agenzia statale TASS, rilancia e alza il volume, aggiungendo dettagli utili alla drammatizzazione (“agguato”, “nazionalisti ucraini”, responsabilità morali distribuite con generosità). Terzo step: i social completano la trasformazione, perché una parola ripetuta abbastanza volte smette di sembrare un’opinione e diventa un “fatto” nell’immaginario.

“Ucrainizzazione”: non è un insulto, è un dispositivo

La parola “ucrainizzazione” qui non descrive l’Ucraina e non descrive l’Italia: descrive un obiettivo. Serve a fare tre operazioni insieme. Uno: trasformare il dissenso in persecuzione (“non protestano, reprimono”). Due: trasformare la critica in estremismo (“non contestano, sono nazionalisti”). Tre: trasformare un conflitto esterno in colpa interna (“non siete schierati, siete contaminati”). È una scorciatoia retorica: invece di discutere nel merito, si sposta il discorso sul sospetto.

Un frame esportabile: “diventerete Ucraina” come minaccia politica

Il valore di questa cornice sta nella sua portabilità. Non nasce in Italia e non è pensata per l’Italia: è una formula che si adatta a qualunque Paese che si avvicini a UE e Occidente. Cambia il contesto, ma la struttura resta: “se vi allineate, vi destabilizzate”. In alcuni Paesi la narrativa punta sulla paura identitaria; qui punta sulla paura democratica: “diventerete intolleranti, repressivi, isterici”. La conclusione implicita è sempre la stessa: tornate “neutrali”, cioè più isolati e più fragili.

Perché Napoli: università, simboli e una città che “rende”

La scelta di un contesto universitario non è casuale: università e spazi civici sono luoghi ad alta densità simbolica. Se riesci a far passare l’idea che lì “si perseguita il dissenso”, incrini l’immagine di un Paese liberale senza dover convincere tutti: basta dividere. E Napoli ha un vantaggio narrativo: è una città che regge bene il “romanzo” delle contrapposizioni, quindi è perfetta per chi vuole vendere una storia già pronta.

Diplomazia o pressione psicologica: il confine sottile

Il punto delicato non è che Mosca esprima un’opinione (lo fanno tutti). Il punto è la pretesa, implicita o esplicita, di definire i confini del dibattito interno italiano: quando una rappresentanza diplomatica parla di complicità delle autorità e attribuisce ruoli morali (“vittime”, “persecutori”), non sta informando. Sta incorniciando la realtà in modo da produrre un effetto: intimidire chi protesta, mettere sotto accusa chi istituzionalmente non reagisce, e offrire al pubblico una trama semplice che non richiede verifica.

Il rischio vero: l’effetto raggelante sul dibattito

La partita non è “Napoli”. È il chilling effect: se una contestazione viene narrata come persecuzione “nazionalista” e rimbalza con timbri ufficiali, il messaggio laterale è: chi protesta si espone, chi ospita dibattiti diventa bersaglio, chi parla verrà etichettato. Questa strategia funziona anche se viene smentita: non deve convincere tutti, le basta alterare il clima e far perdere tempo al Paese in guerre semantiche.

Tradotto: come si risponde senza regalare ossigeno alla propaganda

Servono cinque cose pratiche, non crociate. 1) Tenere separati i piani: libertà di parola (da tutelare), propaganda di Stato (da riconoscere e contestualizzare), disinformazione/incitamento (da limitare quando serve). 2) Rispondere con fatti e ricostruzioni pubbliche: cosa è accaduto, chi ha detto cosa, quali elementi lo provano. 3) Rendere visibile la filiera dell’amplificazione: quando un frame nasce da canali ufficiali e rimbalza su media statali, il lettore deve vederlo. 4) Università e associazioni: protocolli minimi per gestire contestazioni senza trasformarle in materiale grezzo. 5) Piattaforme: enforcement coerente e trasparente, perché altrimenti ogni intervento diventa “prova” di censura.

Conclusione: la parola dice più di chi la usa che di chi la subisce

La “ucrainizzazione” evocata contro l’Italia non descrive l’Italia: descrive l’obiettivo di chi la pronuncia. Serve a far apparire il pluralismo come repressione, la contestazione come estremismo, l’allineamento europeo come perdita di sovranità. La risposta più efficace non è imitare il gioco, ma disinnescarlo: ricostruire i fatti, nominare le strategie, proteggere lo spazio democratico senza infantilizzarlo. Perché se c’è una cosa che davvero “uccide” una democrazia è la paura di discutere.