Genova, 9 arresti per finanziamenti ad Hamas: 7 milioni e sequestri per oltre 8 milioni

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La solidarietà dovrebbe arrivare ai civili. Quando invece “fa scalo” nei circuiti del terrorismo, il conto lo pagano tutti.

I fatti: arresti, custodie in carcere e sequestri

A Genova sono state eseguite nove misure cautelari di custodia in carcere in un’indagine su presunti finanziamenti ad Hamas. L’operazione del 27 dicembre 2025 è stata condotta da Digos e Guardia di Finanza (con il Nucleo Speciale di Polizia Valutaria) su ordinanza del GIP di Genova richiesta dalla DDA Antimafia e Antiterrorismo. Contestualmente è stato disposto un sequestro di beni per oltre 8 milioni di euro e risultano coinvolte tre associazioni.

Le accuse: 7 milioni, bonifici e “triangolazioni”

Secondo gli inquirenti, gli indagati avrebbero effettuato operazioni di finanziamento per circa 7 milioni di euro, ritenute rilevanti per le attività dell’organizzazione. Il denaro sarebbe transitato anche tramite triangolazioni e bonifici bancari, con canali e soggetti con sede all’estero, verso associazioni attive a Gaza, nei Territori palestinesi o in Israele (alcune indicate come illegali dallo Stato israeliano perché ritenute collegate ad Hamas). L’accusa parla anche di contributi diretti a esponenti di Hamas, tra cui Osama Alisawi, indicato come già ministro del governo di fatto di Hamas a Gaza.

Chi c’è nell’inchiesta: Hannoun e le associazioni

Tra gli arrestati figura Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia. Le contestazioni riportate nelle note ufficiali lo descrivono come figura di vertice di una presunta “cellula italiana” collegata ad Hamas. L’indagine indica come centrali alcune sigle associative, tra cui l’Associazione Benefica di Solidarietà col Popolo Palestinese (A.B.S.P.P.) e realtà come La Cupola d’Oro e La Palma, citate come strumenti per proseguire la raccolta e l’invio dei fondi nonostante i controlli del circuito finanziario internazionale. Gli investigatori parlano di una quota superiore al 71% delle donazioni che sarebbe stata dirottata rispetto alle finalità dichiarate.

Hamas e la cornice legale: perché qui scatta l’allarme

Hamas è indicata negli atti come organizzazione con finalità di terrorismo e designata come tale dall’Unione Europea. Il cuore del caso, per la magistratura, non è “chi sta con chi” nella guerra di propaganda: è se fondi raccolti come beneficenza siano stati usati per sostenere una struttura che – secondo l’accusa – punta ad atti violenti e al sostegno di reti e famiglie legate a reati di terrorismo.

Tradotto: cosa significa per i cittadini

Quando doni per una causa umanitaria, ti aspetti cibo, medicine, assistenza. Se quei soldi finiscono altrove, non è solo un reato: è una truffa morale ai danni di chi voleva aiutare e, soprattutto, di chi doveva ricevere aiuti. E c’è un secondo effetto: ogni inchiesta di questo tipo rischia di mettere sotto sospetto anche chi lavora davvero nel soccorso civile, alzando i costi di trasparenza e abbassando la fiducia pubblica.

Il contesto scomodo: “finanziare Hamas” non è una frase semplice

Qui arriva la parte che spesso sparisce nei talk show: nella storia recente, Israele ha più volte autorizzato (e difeso politicamente) l’ingresso a Gaza di fondi provenienti dal Qatar, destinati alla Striscia governata di fatto da Hamas, sostenendo che servissero a evitare un collasso umanitario e a contenere l’escalation. Critici e analisti, però, hanno osservato che quei flussi – anche quando formalmente “umanitari” – hanno contribuito a rafforzare il sistema di potere di Hamas. Non è una giustificazione per nessuno: è il promemoria che, in quell’area, i soldi sono spesso un’arma politica prima ancora che un reato penale.

Cosa sappiamo, cosa non sappiamo, cosa aspettarci

Cosa sappiamo: 9 arresti, custodie in carcere, 3 associazioni nel perimetro dell’inchiesta, circa 7 milioni di presunti finanziamenti contestati e sequestri per oltre 8 milioni. Cosa non sappiamo: la ricostruzione completa delle responsabilità individuali (che si chiarirà in sede giudiziaria) e le eventuali repliche difensive nel merito, che al momento non risultano diffuse in forma articolata dalle fonti pubbliche consultate. Cosa aspettarci: udienze di convalida, sviluppi sui sequestri, e un inevitabile uso politico del caso: la domanda per i cittadini resta una sola, concreta e non ideologica: come si impedisce che la parola solidarietà diventi un canale opaco, qualunque sia la bandiera appesa sopra?