Putin fa gli auguri a Trump, ma sul piano di pace resta il gelo: “stiamo analizzando” (e intanto si combatte)

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Gli auguri costano zero. Le guerre, stranamente, le pagano sempre i cittadini.

Chi, cosa, quando, dove

Il 25 dicembre 2025 il Cremlino ha confermato che Vladimir Putin ha inviato un telegramma di auguri di Natale al presidente Usa Donald Trump. Non c’è stata però alcuna telefonata: secondo il portavoce Dmitri Peskov non era previsto nessun colloquio tra i due leader. Il gesto arriva mentre resta aperto (solo sulla carta) il dossier più pesante: un possibile piano di pace per l’Ucraina, discusso nelle ultime settimane con emissari e canali informali.

Il punto reale: auguri sì, “piano” no (per ora)

La frase che conta non è “buon Natale”: è “stiamo analizzando”. Peskov ha spiegato che Mosca sta valutando i materiali trasmessi a Putin dall’inviato russo Kirill Dmitriev dopo contatti avvenuti a Miami con figure vicine alla Casa Bianca, tra cui l’inviato Steve Witkoff e Jared Kushner. Traduzione pratica: il Cremlino non chiude la porta, ma non apre nemmeno. E nel frattempo mantiene il vantaggio più comodo in diplomazia: il tempo.

La smentita su Bloomberg: “fake news”, dice Mosca

In parallelo, la Russia ha respinto come “fake news” un’indiscrezione attribuita a Bloomberg secondo cui il Cremlino avrebbe chiesto modifiche al piano Usa. La smentita è arrivata via Telegram dalla portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova. Qui il dettaglio è utile per i lettori: nella fase attuale, Mosca prova a controllare la narrazione su due binari — “siamo disponibili” (per non apparire sabotatori) e “non diteci cosa stiamo chiedendo” (per non scoprire le carte).

Che cosa c’è sul tavolo: il “piano” in 20 punti e la zona demilitarizzata

Secondo Reuters, Ucraina e Stati Uniti stavano lavorando a un quadro in 20 punti, con nodi durissimi ancora aperti: territori nel Donbas, futuro della centrale di Zaporizhzhia (oggi controllata dai russi) e soprattutto le garanzie di sicurezza per evitare una nuova aggressione. In alcune ricostruzioni, la proposta includerebbe una zona demilitarizzata come parte di un possibile congelamento del fronte: idea che può sembrare “ragionevole” a distanza, ma che sul terreno significa linee, controlli, missioni e una fiducia che al momento non si vede.

Le condizioni di Putin: Donbas e Nato, il muro che non si sposta

Putin ha ripetuto in più occasioni che per la Russia la pace passa da due richieste: l’Ucraina dovrebbe cedere i territori del Donbas ancora sotto controllo di Kiev e rinunciare ufficialmente all’ingresso nella NATO. È una linea che rende complicata qualsiasi intesa “vendibile” in Ucraina e in Europa. Ed è qui che il telegramma natalizio mostra la sua vera natura: una carezza diplomatica mentre la sostanza resta un braccio di ferro.

Ciò che molti non dicono: la tattica del “negoziato sempre aperto”

Secondo analisti citati dal New York Times (ripresi dal Corriere), Mosca potrebbe mantenere il negoziato “formalmente aperto” per ragioni tattiche: preservare un rapporto gestibile con Trump e, allo stesso tempo, far crescere tensioni tra Washington, Kiev e alleati europei. Non è una certezza, è un’interpretazione — ma è una lente utile: perché spiega come mai la diplomazia può essere piena di messaggi gentili mentre il terreno resta pieno di mine.

Intanto la guerra non va in vacanza

Nel frattempo, il conflitto continua con attacchi e contro-attacchi: Reuters ha riportato, nei giorni precedenti, raid russi con missili e droni e vittime civili, mentre il 25 dicembre fonti ucraine hanno rivendicato colpi contro infrastrutture energetiche in Russia. Morale per i lettori: la diplomazia si muove, ma la guerra incassa ogni giorno. E quando si combatte, ogni “piano” diventa più difficile perché ogni ora cambia i rapporti di forza.

Tradotto:

Putin manda un telegramma a Trump e il Cremlino dice “stiamo valutando”. È un segnale politico a basso costo: non chiude i canali, ma non concede nulla. Sul tavolo ci sono bozze e idee (zona demilitarizzata, garanzie, territori), però le condizioni di Mosca restano pesanti e la guerra continua a dettare il ritmo.

Domanda

Se gli auguri servono a dire “sono ragionevole” senza cambiare di un millimetro la posizione, chi sta davvero negoziando: i governi o la loro immagine? E quanto a lungo l’Europa può permettersi un processo in cui la pace è sempre “vicina”, ma i costi (armi, ricostruzione, energia, sicurezza) restano sempre più vicini ai cittadini?