Usa, visti negati a Thierry Breton e altri quattro europei: braccio di ferro sulla DSA

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A Washington la “moderazione” non la decide un algoritmo: la decide un timbro.

Chi, cosa, quando, dove

Gli Stati Uniti hanno imposto restrizioni d’ingresso (in pratica un divieto di visto) contro cinque figure europee, tra cui l’ex commissario Ue Thierry Breton. L’annuncio è arrivato dal Dipartimento di Stato tra il 23 e il 24 dicembre 2025: per Washington i destinatari avrebbero guidato iniziative per “spingere” piattaforme americane a censurare o limitare opinioni statunitensi online. In Europa la reazione è stata di segno opposto: Francia e ambienti vicini alle organizzazioni colpite parlano di attacco politico e difendono le regole Ue come tutela contro contenuti illegali.

Prima cosa: non sono “sanzioni” finanziarie, ma una misura sui visti

Il cuore del provvedimento non è il congelamento di conti o beni: è un blocco legato all’immigrazione e ai visti. Secondo AP, la misura si aggancia a una nuova linea annunciata a maggio per limitare l’ingresso negli USA di persone ritenute responsabili di censura di “protected speech”. E anche se molti europei entrano spesso con Visa Waiver, il sistema può comunque segnalare e bloccare l’accesso.

Chi sono i cinque: Breton e quattro attivisti/ricercatori

Oltre a Thierry Breton (ex commissario Ue 2019-2024), la lista include Imran Ahmed del Centre for Countering Digital Hate, Josephine Ballon e Anna-Lena von Hodenberg di HateAid (Germania), e Clare Melford legata al Global Disinformation Index. Secondo la ricostruzione americana, queste figure avrebbero alimentato pressioni verso piattaforme e inserzionisti per ridurre la visibilità o la monetizzazione di certi contenuti; secondo le organizzazioni coinvolte, invece, l’obiettivo è far rispettare le regole europee e ridurre contenuti nocivi o illegali.

Il nodo politico: “libertà di espressione” contro “regole del digitale”

Qui lo scontro è di filosofia prima che di diritto. Gli USA descrivono la linea europea come censura extraterritoriale e sostengono che le norme Ue finiscano per colpire aziende americane e voci americane. L’Europa ribatte che il Digital Services Act (DSA) serve a far valere online un principio intuitivo: ciò che è illegale offline deve esserlo anche online, e che la legge riguarda le piattaforme che operano nel mercato Ue, non il dibattito politico negli Stati Uniti. Insomma: per Washington è “difesa” della parola, per Bruxelles è “sicurezza” e responsabilità delle piattaforme.

Il retroscena: DSA, Big Tech e la guerra fredda dei contenuti

Secondo Reuters, l’amministrazione Trump avrebbe anche dato indicazioni ai diplomatici per costruire opposizione al DSA, visto come un pacchetto che impone costi e obblighi alle Big Tech. Nel mirino, in particolare, l’idea che l’Europa possa “condizionare” come le piattaforme americane gestiscono moderazione, disinformazione e hate speech. Breton, da commissario, era uno dei volti più noti della linea dura regolatoria e in passato aveva avuto scontri pubblici con figure del tech (tema ricorrente nelle cronache).

Impatto sui cittadini: cosa cambia (davvero) per chi usa internet

Nel breve, per i cittadini europei e americani non cambia “il tasto like”. Ma la tensione può avere effetti indiretti: più pressioni politiche sulle piattaforme, più rischio di risposte “di pancia” (meno moderazione o moderazione più aggressiva), e un clima in cui i temi reali — truffe online, odio, manipolazioni, tutela dei minori — rischiano di diventare munizioni nello scontro tra blocchi. Per i cittadini, il punto è semplice: regole chiare e controlli trasparenti, senza trasformare la rete in una zona franca o in un tribunale permanente.

Tradotto:

gli USA hanno bloccato l’ingresso a cinque europei perché li accusano di spingere alla censura di opinioni americane online. L’Europa risponde che il DSA serve a far rispettare regole contro contenuti illegali e nocivi. È una battaglia su chi decide le regole del digitale: Stati, piattaforme o un mix controllato e verificabile.

Domanda

Se un governo usa i visti per colpire regolatori e attivisti, siamo davanti a una difesa della libertà o a un modo per fare pressione politica su come l’Europa governa il proprio mercato digitale? E, dall’altra parte, come si evita che la lotta a disinformazione e odio diventi un’etichetta elastica che finisce per schiacciare anche il dissenso legittimo?