Palazzo Chigi, inno d’Italia e “sì” finale: la linea del Quirinale e la gaffe di Meloni

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Il karaoke di Stato dura un minuto: le bollette e le attese durano tutto l’inverno.

Chi, cosa, quando, dove

Durante lo scambio di auguri di Natale con i dipendenti di Palazzo Chigi, la premier Giorgia Meloni ha cantato l’Inno d’Italia insieme al coro degli Alpini. Nel finale è scattato il classico “L’Italia chiamò! Sì!”, proprio mentre una disposizione legata al Quirinale e allo Stato Maggiore della Difesa indica di non pronunciare più quel “” nelle cerimonie ufficiali e militari.

Quel “sì” non è solo un urlo: è una regola cambiata (per le cerimonie ufficiali)

Negli ultimi mesi, una linea operativa per le cerimonie militari di rilievo istituzionale ha stabilito che, quando si esegue “Il Canto degli Italiani” nella versione cantata, non va pronunciato il “” finale. Il riferimento è a un decreto del Presidente della Repubblica sulle modalità di esecuzione dell’Inno nazionale, con indicazioni diramate a livello di Difesa. Tradotto: fuori dallo stadio si cambia spartito (almeno nelle occasioni ufficiali).

Il retroscena “purista”: Mameli non lo aveva scritto, ma la musica lo conosce

La parte interessante è che non si tratta, almeno nelle motivazioni riportate, di un gesto “politico”: l’idea è tornare alla versione considerata più fedele al testo di Goffredo Mameli (1847), dove quel “” non compare. Ma c’è un dettaglio che spiega perché mezzo Paese lo urla da sempre: nello spartito di Michele Novaro quel “” risulta presente. Insomma: l’Italia litiga anche quando è d’accordo, perché prima deve stabilire quale sia il “vero originale”.

Perché è successo a Palazzo Chigi: una gaffe piccola, ma simbolica

L’episodio nasce in un contesto informale (auguri, coro, clima natalizio), ma avviene nel luogo più formale possibile: Palazzo Chigi. E qui la gaffe diventa simbolica: se la regola cambia “in casa” istituzionale, chi guida il governo dovrebbe esserne il primo megafono. Invece è andata come spesso va in Italia: l’aggiornamento c’è, ma la memoria muscolare canta la versione di sempre, e il “” esce prima della prudenza.

Un punto da cittadini: la sobrietà non è tristezza, è rispetto

Qui non è questione di simpatia o antipatia: vale per chiunque governi. Un politico che canta o balla “in servizio” può sembrare vicino alla gente, ma può anche suonare stonato quando fuori c’è chi fatica tra stipendi, costi e giornate che non finiscono mai. La politica non deve essere grigia, ma nelle sedi istituzionali la sobrietà è un linguaggio: dice “sono qui per lavorare”, non “sono qui per la scena”.

Tradotto:

hanno chiesto di non dire più “” alla fine dell’Inno nelle cerimonie ufficiali e militari, per uniformarsi a una versione considerata più fedele. A Palazzo Chigi, durante gli auguri, è uscito lo stesso. È una gaffe piccola, ma racconta quanto sia difficile far coincidere regole, simboli e abitudini di massa.

Domanda

Se l’istituzione chiede una cosa (anche minima) e la politica fa il contrario “per inerzia”, che messaggio arriva ai cittadini: che le regole valgono solo quando conviene? E, più in generale, la politica vuole davvero essere vicina alle persone con i momenti da palco, o sarebbe più efficace con un gesto antico e rarissimo: far funzionare meglio la vita quotidiana?