Manovra 2026, stop al cumulo fondi-pensione e sconto sui contratti: cosa cambia davvero

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La manovra è “definitiva” come certe email: finale_v7_questa_volta_davvero.

Chi, cosa, quando, dove

A Roma, tra 20 e 21 dicembre 2025, l’iter della manovra 2026 si chiude (almeno nel passaggio in Commissione Bilancio) con una serie di modifiche dell’ultimo miglio: stop al cumulo tra previdenza complementare e pensione per l’anticipo, nuovi interventi su Tfr, più detassazione sui contratti, e tagli su alcuni capitoli (pensioni “precoci”, fondi trasporti, farmaci).

Stop al cumulo fondi-pensione: cosa viene cancellato

La novità più discussa è la soppressione della possibilità (introdotta dal 2025) di “fare massa” tra pensione pubblica e rendita della previdenza complementare per raggiungere la soglia minima necessaria alla pensione di vecchiaia anticipata nel regime contributivo (con 20 anni di contributi). In pratica: non si potrà più chiedere di conteggiare anche la rendita del fondo per arrivare all’importo mensile richiesto per uscire prima.

Chi ci rimette di più: il profilo “contributivo puro” e i requisiti

Secondo le ricostruzioni, la norma cancellata era pensata per chi è pienamente nel sistema contributivo e puntava a rendere possibile l’uscita a 64 anni con 20 anni di contributi, a patto di raggiungere un importo minimo: 3 volte la pensione minima per gli uomini e 2,8 volte per le donne, sommando anche la rendita della complementare. Il governo la toglie e, nelle relazioni tecniche citate, l’operazione viene collegata a risparmi che arriverebbero fino a 130,8 milioni annui nel 2035. Tradotto: meno flessibilità oggi, più risparmio domani (ma con effetti reali su chi stava costruendo l’uscita “mista”).

Precoci e usuranti: la stretta che passa più in silenzio

Dentro la manovra entrano anche ulteriori tagli su due capitoli delicati: l’anticipo per i lavoratori precoci (il bacino legato alla cosiddetta Quota 41) e il fondo per chi svolge mansioni usuranti. L’emendamento incrementa i tagli di 50 milioni nel 2033 e di 100 milioni dal 2034 sul capitolo “precoci”. Per gli usuranti è previsto un taglio di 40 milioni annui dal 2033, con riduzione della dotazione del fondo da 233 a 194 milioni. Qui il punto cittadino è semplice: quando si parla di “monitoraggi” e “fondi”, spesso si parla di persone che contavano su un’uscita anticipata.

Tfr: più aziende nel Fondo Inps e ritorno del “silenzio-assenso”

Capitolo Tfr: si amplia la platea dei datori obbligati a versarlo al Fondo Tesoreria Inps. Dal 1 gennaio 2026 rientrano anche i datori che, dopo l’avvio dell’attività, raggiungono la soglia dei 50 dipendenti, ma con una fase transitoria: nel biennio 2026-2027 l’inclusione si applica solo a chi ha almeno 60 dipendenti; dal 2032 l’obbligo si estende anche alle aziende con almeno 40 dipendenti. In più torna l’adesione automatica alla previdenza complementare per i neoassunti dal 1 luglio 2026, con 60 giorni per comunicare una scelta diversa.

Detassazione contratti: il “5%” si allarga (anche al 2024)

Arriva una misura che tocca la busta paga: l’aliquota agevolata al 5% sugli incrementi contrattuali resta, ma si amplia la platea: sale la soglia di reddito fino a 33.000 euro e l’agevolazione viene collegata anche ai rinnovi effettuati nel 2024 (non solo quelli del 2025 e 2026). Il senso pratico è che più lavoratori con contratti rinnovati “di recente” potrebbero vedere tassati meno gli aumenti nei periodi coperti dalla misura, a seconda di come gli incrementi vengono erogati e contabilizzati nei singoli Ccnl.

Imprese: Transizione 4.0 e Zes, tornano i soldi (ma non tutti i “green extra”)

Rientrano nella manovra risorse per le aziende: 1,3 miliardi per rifinanziare il credito d’imposta Transizione 4.0 (fondi esauriti) e 532,64 milioni per le domande legate al credito d’imposta della Zes unica. Confermato dal 2026 l’iperammortamento in versione triennale, mentre salta la maggiorazione al 220% per investimenti green. Per i cittadini non è “solo roba da imprese”: è crescita, salari e lavoro (quando gli incentivi funzionano davvero e non si perdono in burocrazia).

Altre voci che incidono: assicurazioni, Ponte, casa, farmaci, trasporti

Nel pacchetto compaiono anche: un contributo da 1,3 miliardi chiesto alle assicurazioni (come acconto dell’85% del contributo sui premi Rc di veicoli e natanti), il rifinanziamento del Ponte sullo Stretto di Messina con 780 milioni nel 2032-2033, un Piano Casa ridimensionato (110 milioni nel 2026 e 100 milioni nel 2027), un taglio di 140 milioni al fondo per i farmaci innovativi (a fronte dell’aumento del tetto di spesa), e la conferma della decurtazione di 50 milioni per la metro C di Roma e altri interventi su Milano e Napoli. Il quadro è quello classico: si finanziano alcune priorità, se ne comprimono altre. La domanda è sempre la stessa: chi paga il prezzo nel quotidiano.

Tradotto:

la manovra mette insieme tre messaggi: sulle pensioni si chiude un canale di flessibilità (cumulo con la complementare) e si stringe su precoci e usuranti; sul Tfr si allarga l’intervento dell’Inps e si “spinge” di più verso la previdenza integrativa; sul lavoro si prova a far pesare meno le tasse sugli aumenti contrattuali. Il tutto mentre si rimettono risorse su imprese e si ritoccano capitoli sensibili come casa, farmaci e trasporti.

Domanda

Se l’obiettivo è dare stabilità e prevedibilità, perché le regole su pensioni e Tfr continuano a cambiare “a pacchetti” e a fine corsa, quando cittadini e imprese hanno già fatto piani? E quando vedremo, insieme alle norme, una valutazione chiara e pubblica di chi guadagna, chi perde e quanto, prima che lo scoprano (a proprie spese) i diretti interessati?