Tumori, meno morti in Italia ma la cura resta a due velocità: dal Sud si parte ancora per operarsi al seno

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«Una sanità che salva più vite ma costringe a partire non è ancora una sanità giusta: è una buona notizia a metà.»

In Italia i decessi per tumore continuano a diminuire, ma la mappa delle cure resta spaccata: si vive di più, però non ovunque si viene curati allo stesso modo. È il paradosso che emerge dagli ultimi dati in ambito oncologico: da una parte il calo della mortalità, dall’altra la mobilità sanitaria che spinge ancora molte persone — in particolare dal Sud — a spostarsi verso altre regioni per interventi ad alta specializzazione, come quelli legati al tumore al seno.

Un dato che pesa: meno morti, più sopravvivenza

Le stime più recenti indicano per l’Italia una riduzione dei tassi di mortalità per cancro tra 2020 e 2025 pari a -14,5% negli uomini e -5% nelle donne: un risultato migliore rispetto alla media europea e, secondo gli specialisti, frutto di diagnosi più precoci e terapie più efficaci.

Dietro a quel numero, però, c’è un Paese che invecchia e un numero crescente di persone che convivono con una malattia oncologica “cronicizzata”: significa più controlli, più assistenza, più follow-up e più necessità di strutture organizzate e équipe multidisciplinari.

Il punto critico: la “fuga” quando serve l’intervento giusto

Il nodo non è solo curare, ma dove si cura. Sul fronte del tumore alla mammella, la qualità delle cure è fortemente legata ai percorsi multidisciplinari e ai volumi di attività: per questo, nella pratica, tante pazienti cercano centri più strutturati e con maggiore esperienza, spesso fuori regione.

È qui che prende forma la “fuga” dal Sud: non un capriccio, ma la conseguenza di un sistema percepito come meno omogeneo sul territorio quando si passa dallo screening alla sala operatoria, fino alla presa in carico post-intervento.

Screening: l’Italia non parte dallo stesso blocco

Anche la prevenzione racconta la stessa frattura. I dati su inviti e coperture degli screening mostrano differenze marcate tra aree del Paese: per lo screening mammografico la copertura è indicata attorno al 62% al Nord, 51% al Centro e 31% al Sud. Tradotto: meno prevenzione significa diagnosi più tardive, percorsi più complessi e maggiore pressione su strutture già in affanno.

Il Servizio sanitario regge, ma serve “benzina”

Gli oncologi avvertono che i risultati ottenuti non sono “automatici”: senza investimenti su personale, risorse e organizzazione delle reti oncologiche, il rischio è che il miglioramento rallenti e che le diseguaglianze aumentino, proprio mentre cresce il numero di pazienti che hanno bisogno di cure nel tempo.

La domanda vera, per chi legge

Il dato positivo — meno decessi — non dovrebbe far abbassare la guardia: il tema adesso è rendere quella buona notizia davvero nazionale, non legata al CAP. Perché una sanità che funziona non costringe a scegliere tra restare vicino casa o inseguire altrove il centro più attrezzato.