Alex Zanardi, l’uomo che rese insufficiente la parola limite

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Non ha vinto perché era invulnerabile. Ha vinto perché sapeva trasformare ogni ferita in una forma nuova di presenza.

La notizia della sua morte chiude una vita, ma non il suo effetto

Alex Zanardi è morto a 59 anni, e già questo basta a rendere la giornata pesante per chiunque abbia seguito anche solo da lontano la sua storia. Ma la sua morte non somiglia a quelle notizie che congelano un campione dentro il ricordo ordinato delle statistiche. Perché Zanardi non è mai stato soltanto un campione. È stato una smentita vivente di tutto ciò che, nel linguaggio comune, viene chiamato destino. Ogni volta che la vita sembrava avergli assegnato un confine definitivo, lui trovava il modo di attraversarlo senza negare il dolore, senza fingere che non esistesse, ma senza permettergli di diventare l’ultima parola.

Alex Zanardi alza il pollice prima della partenza di un evento LG Super Racing sul circuito di Monza il 19 ottobre 2003.

Per capire Zanardi bisogna partire da un errore che molti hanno fatto su di lui

Lo hanno raccontato troppo spesso come eroe della rinascita, quasi come se il punto centrale fosse la capacità di rialzarsi. È una lettura comoda, ma troppo corta. Zanardi non è stato solo uno che si è rialzato. È stato uno che ha cambiato il significato stesso della sconfitta. Dopo l’incidente del 2001 al Lausitzring, quando perse entrambe le gambe e rischiò di morire, il mondo era pronto a considerarlo un ex campione da ammirare con rispetto e malinconia. Lui rifiutò quella parte. Non volle diventare una bella storia di resistenza morale. Volle tornare a competere davvero, cioè a misurarsi di nuovo col cronometro, con la fatica, con la possibilità concreta di vincere o perdere.

Ed è qui che comincia la sua grandezza più rara

Molti atleti hanno avuto talento. Alcuni hanno avuto coraggio. Pochissimi hanno avuto la combinazione di intelligenza, ironia e ostinazione pratica che aveva Zanardi. La sua forza non stava solo nell’energia emotiva con cui affrontava le disgrazie. Stava nella lucidità con cui smontava un problema e lo rimontava a modo suo. Protesi ripensate, postura del corpo, tecnica, meccanica, respirazione, gestione dello sforzo: Zanardi non affrontava il limite come un poeta, ma come un artigiano feroce. È questo che lo rendeva diverso anche dagli altri grandi esempi sportivi. Non ispirava solo perché soffriva senza arrendersi. Ispirava perché lavorava sul reale finché il reale non cedeva.

Ralf Schumacher e Alex Zanardi con la nuova Williams FW21-Mecachrome di F1, 1999

Prima le corse, poi la seconda vita, poi ancora un’altra

La sua traiettoria sembra quasi impossibile da raccontare in una sola linea. Debutta in Formula 1 nel 1991, poi trova in America la sua dimensione piena e diventa due volte campione CART. Dopo l’incidente che nel 2001 lo mutila e quasi lo uccide, invece di ritirarsi nella leggenda del talento spezzato, torna in pista con auto adattate e poi si sposta nel paraciclismo. Lì non si limita a partecipare: domina. Vince quattro ori e due argenti paralimpici tra Londra 2012 e Rio 2016, colleziona dodici titoli mondiali, corre maratone, Ironman, staffette, sfide che per molti atleti integri sarebbero già abbastanza per una carriera intera. In lui ogni seconda possibilità si trasformava in una prima volta ancora più radicale.

La sua forza non era spettacolare. Era contagiosa

Zanardi colpiva perché non trasformava mai la propria sofferenza in ricatto emotivo. Non chiedeva commozione. Produceva energia. Aveva una maniera quasi spiazzante di parlare della tragedia senza cedere al tono tragico, come se volesse continuamente liberare chi lo ascoltava dal dovere di guardarlo con pietà. In questo senso è stato molto più moderno di tanti miti sportivi italiani. Non voleva essere venerato come sopravvissuto eccezionale. Voleva essere considerato per quello che continuava a fare. E questa scelta gli ha dato una statura ancora più alta, perché lo ha tenuto lontano dalla retorica che di solito si posa sui corpi feriti per renderli innocui.

C’è poi una cosa che di lui resta quasi inimitabile

La leggerezza. Non nel senso della superficialità, ma nel senso più difficile: la capacità di non farsi schiacciare nemmeno dalla propria grandezza. Zanardi era capace di imprese enormi e insieme di una gentilezza sportiva quasi disarmante. Anche per questo è diventato così amato. Non era soltanto il campione della resilienza. Era uno che riusciva a farti sentire meno stretto il mondo. In una stagione pubblica popolata da ego gonfi, rancore e personaggi continuamente occupati a proteggere il proprio mito, lui sembrava fare l’opposto: più diventava gigantesco, più restava accessibile.

La sua storia cambia ancora una volta nel 2020, e lì diventa quasi indicibile

L’incidente in handbike sulle strade toscane lo colpisce quando sembrava aver già costretto la vita a riconoscergli abbastanza credito. È un colpo devastante, cranico, lungo, crudele. Da quel momento Zanardi scompare quasi del tutto dalla scena pubblica e la sua vicenda entra in una zona più silenziosa, più privata, più dolorosa. Anche questo conta nel modo in cui oggi bisogna ricordarlo. Perché la sua forza non coincide solo con le vittorie visibili. Coincide anche con il fatto che, dopo aver già attraversato l’impensabile una prima volta, abbia dovuto affrontarne un’altra senza più il palcoscenico, senza più il trionfo, quasi solo nel perimetro protettivo della famiglia e delle cure.

Ed è qui che la parola coraggio torna a essere insufficiente

Perché il coraggio, da solo, rischia di essere una formula morale buona per tutte le occasioni. Zanardi era di più. Era un uomo che continuava a generare significato dalla prova. Non cancellava il danno. Lo trasformava. Non negava la perdita. Le impediva di diventare identità finale. In un’epoca che chiama resilienza quasi tutto, lui costringe a una distinzione più severa: resistere non è sopportare e basta. È riuscire a restare creativi perfino dentro la mutilazione, dentro il dolore, dentro la paura, dentro la riduzione brutale del proprio orizzonte.

Alex Zanardi

Per questo oggi non basta ricordarlo come un simbolo paralimpico o come un ex pilota di Formula 1

Sarebbe tutto vero, ma ancora troppo poco. Zanardi è stato una delle rarissime figure sportive italiane capaci di uscire dal recinto della disciplina e diventare una misura umana. Non perché fosse santo, e nemmeno perché fosse invincibile. Ma perché ha mostrato, meglio di quasi chiunque altro, che la dignità non sta nel non cadere: sta nel non consegnare mai al trauma il diritto di decidere da solo chi sei. Questa è stata la sua lezione più alta. Ed è una lezione che non appartiene solo allo sport.

Il dolore di oggi nasce anche da questo

Che con Zanardi se ne va un uomo che aveva reso la forza una cosa non arrogante. Un uomo che non umiliava nessuno con la propria eccezionalità, ma la metteva al servizio di una possibilità più larga: far credere agli altri che il limite non sia sempre la fine della strada, a volte soltanto il punto in cui bisogna imparare a costruirne un’altra. I grandi uomini si riconoscono anche così: non lasciano dietro di sé solo ammirazione, ma una forma nuova di coraggio disponibile per gli altri. Alex Zanardi, in questo, è stato immenso.