Meloni resta in piedi, ma dopo il referendum governa già in difesa

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Non è una crisi di governo: è l’inizio della sua fase più debole.

Non cade, ma cambia fase

Giorgia Meloni ha scelto la linea più dura e più semplice: niente dimissioni, niente rimpasto, nessuna fuga in avanti verso elezioni anticipate. Davanti al Parlamento ha detto che governerà fino all’ultimo giorno del mandato. È una risposta pensata per fermare subito l’immagine del governo ferito. Ma proprio questa ostinazione, letta dentro il contesto reale, racconta che la partita è cambiata: non siamo più nella stagione dell’espansione politica, ma in quella della resistenza.

Il referendum ha colpito più della riforma

La riforma della giustizia bocciata dagli elettori non era un dettaglio tecnico. Era la riforma-bandiera del governo: separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, sdoppiamento dell’organo di autogoverno della magistratura, nuova selezione dei componenti per limitare il peso delle correnti. Il No ha vinto nettamente e con un’affluenza molto più alta del previsto. Il danno vero, per Meloni, non è solo normativo. È simbolico: per la prima volta da quando è a Palazzo Chigi, una consultazione nazionale ha spezzato l’idea della sua invincibilità politica.

Perché non crolla subito

Perché l’opposizione, pur rafforzata dal risultato, non ha ancora trasformato quella vittoria in un’alternativa pronta. È questo il punto più interessante di tutta la vicenda. Il referendum ha indebolito la premier, ma non ha ancora prodotto un blocco avversario davvero compatto. E così Meloni può provare a fare quello che in Italia spesso decide tutto: restare in piedi abbastanza a lungo da trasformare una sconfitta politica in una fase di logoramento generale, dove nessuno riesce davvero a capitalizzare.

Il dopo-voto dice molto più del discorso

I fatti delle ultime due settimane parlano più delle frasi pronunciate in Aula. La premier ha chiesto passi indietro dentro il governo, ha incassato l’uscita della ministra Daniela Santanchè e di altre figure finite dentro un clima sempre più tossico, e intanto la maggioranza ha rimesso al centro la riforma della legge elettorale. Ufficialmente il dossier viene raccontato come una questione di governabilità. Politicamente è anche un modo per riprendere il controllo del campo dopo il trauma referendario e per arrivare al 2027 con meno rischio di paralisi parlamentare.

Il problema più serio non è in Aula, ma fuori

La vera strettoia del governo, adesso, non è soltanto politica. È economica e internazionale. L’Italia si muove già sotto la pressione delle regole europee sui conti pubblici, con previsioni di crescita riviste al ribasso e con la guerra in Medio Oriente che pesa su energia, commercio e fiducia. Quando Meloni chiede a Bruxelles di valutare una sospensione temporanea del patto di stabilità se la crisi dovesse peggiorare, sta dicendo una cosa molto precisa: la stabilità che rivendica in politica interna rischia di essere erosa da fattori esterni che non controlla.

Che cosa dice davvero il discorso del 9 aprile

Dice che Meloni non intende arretrare di un centimetro sul piano della postura, ma che sul piano politico è già entrata in una fase diversa. Prima il referendum doveva consacrare la sua capacità di piegare anche il terreno più insidioso, quello costituzionale e giudiziario. Dopo il referendum, la priorità è un’altra: arrivare intera al 2027. Non è poco, in Italia. Ma non è più la stessa cosa. Un governo che parla soprattutto di durata, in fondo, ammette già che il problema non è vincere ancora: è non cominciare a perdere troppo presto.