Salvini rompe il silenzio elettorale col post per il Sì: il caso non è la furbata, è un sistema di regole che non fa più paura

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Se le regole democratiche vengono violate sapendo che al massimo arriva un richiamo, il danno non lo subisce il partito avversario: lo subiscono i cittadini.

Il post che dice tutto

Matteo Salvini ha pubblicato sui social una card con una sola parola, enorme: “Sì”. Lo ha fatto sabato 21 marzo, quando il silenzio elettorale era già scattato alla vigilia del referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo. Non è stata una sfumatura, né un’allusione. È stato un appello politico diretto nel momento in cui la legge chiede ai partiti di fermarsi.

Matteo Salvini

La regola c’è, il rispetto molto meno

Il punto, però, non è soltanto Salvini. Il punto è che in Italia il silenzio elettorale viene violato con una frequenza ormai quasi normalizzata, soprattutto online, perché molti protagonisti della politica hanno capito una cosa semplice: il costo è basso, il vantaggio potenziale c’è, il rischio vero quasi mai. E quando una regola continua a essere infranta senza conseguenze serie, smette di essere una regola e diventa una raccomandazione morale.

La legge arriva da un’altra epoca, la furbizia da questa

La disciplina italiana sul silenzio elettorale nasce in un mondo di comizi, manifesti e riunioni pubbliche. L’articolo 9 della legge n. 212 del 1956 vieta propaganda nel giorno precedente e in quelli del voto. Ma il problema di oggi è evidente: la propaganda politica corre sui social, nei podcast, nei video brevi, nei rilanci personali. È lì che la norma mostra tutta la sua età, ed è lì che i leader giocano sulla zona grigia.

Non è un episodio isolato: il fronte del Sì ha occupato più spazio

Il caso Salvini arriva dentro una campagna già segnata da forti squilibri. I dati pubblicati da Agcom il 18 marzo mostrano che, nella settimana 8-14 marzo, il Sì ha avuto più spazio del No nei telegiornali e soprattutto nei programmi di approfondimento. L’Autorità ha ordinato a Rete 4 e al Nove di riequilibrare gli spazi in favore del No entro il 20 marzo e, per Rete 4, ha chiesto esplicitamente di bilanciare anche il tempo attribuito alla presenza della presidente del Consiglio.

Meloni e il problema vero: non solo la quantità, ma la forza del megafono

Qui entra la questione più scomoda. Giorgia Meloni non ha bisogno di infrangere il silenzio in modo plateale se arriva alla vigilia del voto dopo aver già occupato più spazio mediatico degli altri, direttamente o indirettamente, nei canali tradizionali e anche fuori da essi. Pagella Politica, leggendo i dati Agcom, ha segnalato che il fronte del Sì è stato più presente del No, specie su canali come Rai1 e Rete4, e ha ricordato anche la presenza della premier in spazi non tradizionali come il podcast di Fedez. Il problema democratico non è solo “chi parla l’ultimo giorno”, ma chi arriva a quel giorno avendo già parlato molto più forte degli altri.

Perché tutto questo riguarda la rappresentanza dei cittadini

Il silenzio elettorale e la par condicio non sono formalità da azzeccagarbugli. Servono a una cosa precisa: evitare che, nella fase più delicata, i cittadini sentano quasi soltanto la campana di chi ha più potere mediatico, più accesso ai microfoni o più capacità di invadere lo spazio pubblico. Se questa funzione salta, il voto resta formalmente libero ma diventa meno equilibrato, meno protetto, meno uguale.

Il punto su Agcom: richiami, ordini, sanzioni. Ma il deterrente dov’è?

Agcom ha fatto quello che può fare con gli strumenti che ha: monitoraggio, ordini di riequilibrio, minaccia di sanzioni pecuniarie in caso di mancato rispetto. Ma è proprio qui che si vede il limite strutturale del sistema. Se la violazione conviene più della sanzione, il potere di vigilanza non basta a fermare la distorsione. E sui social il quadro è ancora più fragile, perché la norma è stata pensata per un ecosistema mediatico che non esiste più.

La proposta più dura nasce da un’esasperazione reale

L’idea di colpire direttamente i politici che violano le regole, invece che scaricare il costo sui partiti o sulle emittenti, nasce da una frustrazione comprensibile: oggi spesso pagano gli apparati, o pagano tutti, mentre chi ha ottenuto il vantaggio politico personale resta sostanzialmente indenne. Una sanzione personale più severa avrebbe una logica democratica più forte di una multa “di sistema”. Un taglio automatico di punti percentuali al risultato elettorale, invece, richiederebbe una riforma radicale e molto controversa, perché trasformerebbe una violazione della campagna in una modifica diretta del voto. Ma la rabbia da cui nasce questa proposta dice una cosa vera: le regole attuali non spaventano nessuno.

La conclusione che nessuno dovrebbe aggirare

Salvini ha offerto il caso più visibile. Meloni e il fronte del Sì hanno beneficiato di una campagna mediatica più ampia. Agcom è intervenuta, ma con strumenti che appaiono deboli rispetto alla forza dei soggetti in campo. Alla fine, il problema non è il singolo post. È una cultura politica che continua a considerare le regole della competizione come fastidi da aggirare, non come garanzie per i cittadini. E quando il cittadino sente soprattutto la voce del più forte, la democrazia non viene abolita: viene semplicemente inclinata.