L’Anm alza il livello dello scontro: “Contro di noi toni inaccettabili”. E rimette al centro il richiamo di Mattarella

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Quando il confronto sulla giustizia scivola dal merito alla delegittimazione, non si logora solo una categoria: si logora l’equilibrio tra poteri dello Stato.

Il sindacato delle toghe rompe il silenzio

L’Associazione nazionale magistrati ha deciso di parlare dopo settimane in cui, a suo dire, aveva scelto di non replicare agli attacchi politici. Il messaggio diffuso dalla Giunta esecutiva centrale è netto: i toni e gli argomenti usati contro la magistratura sono arrivati a un livello “inaccettabile” per chiunque abbia davvero a cuore una collaborazione rispettosa tra istituzioni. La linea, però, non cambia: nessuna escalation verbale, ma un invito a seguire le parole del presidente della Repubblica.

Perché l’Anm parla proprio adesso

La nuova presa di posizione arriva alla vigilia del referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo e dopo l’ennesima giornata di polemiche, innescata dalle parole della capa di gabinetto del ministro Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi, che in tv ha detto: “Votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura”, definendola anche un “plotone d’esecuzione”. Quelle frasi hanno provocato un’ondata di reazioni politiche e hanno riaperto uno scontro che non si era mai davvero spento.

Il precedente che pesa ancora: il “sistema para-mafioso” evocato da Nordio

Lo strappo, in realtà, non nasce ieri. A metà febbraio Nordio aveva definito il meccanismo delle correnti nel Csm un “sistema para-mafioso”, scatenando la durissima reazione dell’Anm, che aveva parlato di offesa alla memoria delle vittime di mafia e di un tentativo di “avvelenare i pozzi” nel confronto sulla riforma. È da lì che il dibattito sulla giustizia ha cambiato tono, spostandosi sempre più dal merito delle norme a una guerra di delegittimazione reciproca.

Il richiamo del Quirinale che torna al centro

Nel suo comunicato di oggi l’Anm non sceglie di rispondere colpo su colpo, ma di richiamarsi esplicitamente all’intervento di Sergio Mattarella al plenum del Csm del 18 febbraio. In quella occasione il capo dello Stato aveva ricordato che il Consiglio superiore della magistratura è un’istituzione di rilievo costituzionale che merita rispetto “particolarmente da parte delle altre istituzioni”, pur non essendo affatto sottratta a critiche, errori e limiti. Il punto centrale del suo intervento era un altro: il “rispetto vicendevole” tra istituzioni deve valere sempre, “in qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza”, nell’interesse della Repubblica.

Il messaggio politico dell’Anm

La nota dei magistrati, letta in controluce, dice due cose insieme. La prima è che il sindacato considera superata la soglia del confronto duro ma legittimo. La seconda è che non vuole prestarsi alla narrazione di uno scontro “toghe contro governo” alimentato giorno dopo giorno da frasi sempre più aggressive. È una postura insieme difensiva e istituzionale: denunciare il clima, ma non farsi trascinare nello stesso registro.

Il rischio che si vede ormai chiaramente

A meno di due settimane dal voto, il referendum sulla giustizia rischia di essere raccontato sempre meno per quello che cambia davvero e sempre più come una resa dei conti tra politica e magistratura. È il punto che rende il richiamo di Mattarella ancora più attuale: si possono criticare il Csm, le correnti, il funzionamento dell’autogoverno e perfino l’impianto costituzionale, ma se il linguaggio scivola nell’idea di “togliere di mezzo” un intero ordine dello Stato, il terreno non è più quello della riforma. Diventa quello della delegittimazione.

Il paradosso della campagna referendaria

Nordio nei giorni scorsi aveva detto di voler seguire le indicazioni di Mattarella sui toni del confronto. Proprio per questo la nuova bufera pesa di più: perché conferma che, al di là delle dichiarazioni di principio, il clima non si è abbassato. E quando la campagna si radicalizza, il rischio è che il merito della riforma venga coperto da una sola impressione: che una parte della politica non voglia correggere la magistratura, ma piegarla.

Il punto che resta

L’Anm oggi non ha chiesto immunità dalle critiche. Ha chiesto un limite nel linguaggio pubblico. È una differenza sostanziale. In una democrazia matura, i poteri dello Stato si controllano, si criticano e si correggono. Ma non si trattano come un nemico da eliminare, perché quando quella soglia si rompe il danno non riguarda più soltanto i magistrati: riguarda la tenuta stessa delle istituzioni.