Ponte sullo Stretto, il nuovo studio INGV-CNR “complica” la mappa delle faglie: cosa cambia davvero (e cosa no)

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Non è un feticcio politico: se deve servire i cittadini, deve essere verificabile, stress-testato e trasparente fino all’ultimo bullone.

Perché oggi si torna a parlare di geologia (e non per folklore)

Il dibattito sul Ponte sullo Stretto si è riacceso dopo la pubblicazione di un nuovo studio scientifico che ricostruisce in modo più dettagliato la sismotettonica dell’area. Il punto non è “fare paura” o “fare propaganda”: è aggiornare la conoscenza del sito dove si vorrebbe poggiare una delle opere più delicate d’Europa.

Mario Tozzi ha sintetizzato la questione con una frase che suona come un avviso ai naviganti: “le cose sono più complesse di come si pensava”. Tradotto: se la base scientifica si arricchisce (o cambia), la parte tecnica e decisionale deve adeguarsi, senza scorciatoie.

Cosa dice lo studio: un “mosaico” di faglie interconnesse, non una sola frattura

Lo studio – firmato da ricercatori INGV, CNR e università – integra dati sismologici e geofisici marini e analizza oltre 2.400 terremoti registrati tra il 1990 e il 2019, rilocalizzati con tecniche più precise e con l’aiuto di strumenti di monitoraggio anche sul fondale.

Il risultato chiave è concettuale prima ancora che tecnico: la deformazione nello Stretto sarebbe controllata da un sistema complesso di faglie interconnesse, che si muovono in modo coordinato “come tessere di un mosaico”. E le nuove immagini sismiche sul fondale mostrano segni di deformazione attiva (scarpate morfologiche e dislocazioni in sedimenti recenti).

Lo studio descrive inoltre una sismicità “a più livelli”: una fascia più superficiale (dove si concentrano molti eventi) e una più profonda, collegata ai processi geodinamici legati alla subduzione. In altre parole: ciò che accade sotto lo Stretto non è un meccanismo semplice e lineare, ma una macchina geologica stratificata.

Il promemoria più estremo (FATTI): il 1908 e lo tsunami

La storia sismica locale non è teoria: il 28 dicembre 1908 un terremoto di magnitudo 7.1 e il conseguente tsunami causarono oltre 75.000 vittime tra Messina e Reggio Calabria. È l’evento “massimo” che spiega perché, qui, le parole “sicurezza” e “pericolosità” non possono essere trattate come slogan.

Cosa NON dice lo studio (FATTI): non è una “sentenza” pro o contro il ponte

Lo studio non afferma che un ponte “non si possa” costruire, né che “crollerà”. Dice una cosa diversa e più utile: la struttura geologica è complessa, attiva e va compresa meglio per migliorare la valutazione della pericolosità. È un pezzo di conoscenza in più, che dovrebbe tradursi in verifiche più robuste e in scelte progettuali più prudenti, se l’opera si fa.

La linea dei critici (ACCUSA): “servono altri studi prima del via libera definitivo”

Qui si collocano le posizioni di Mario Tozzi e di altri geologi: l’idea di fondo è che un’area con faglie attive, correnti forti e instabilità dei versanti richieda approfondimenti mirati e aggiornati, non solo “documentazione già prodotta”. La richiesta non è romantica: è procedurale. Se emergono nuovi dati, si aggiorna l’analisi di sito, si stress-testano gli scenari, si rivaluta ciò che va rivalutato.

In questo filone rientra anche l’appello (ripreso nel dibattito pubblico) a non trattare la geofisica come un capitolo secondario: prima si chiariscono i dubbi, poi si decide. Non il contrario.

La linea dei promotori (FATTI): “il progetto ha già studi, indagini e criteri severi”

Dall’altra parte, la società Stretto di Messina sostiene che il progetto definitivo includa un’enorme mole di elaborati geologici e indagini puntuali, con l’obiettivo di evitare il posizionamento su faglie attive nei punti di contatto a terra, e rivendica criteri sismici in grado di reggere anche scenari severi (in sintesi: progettazione “in campo elastico” anche con magnitudo superiore ai valori indicati come massimi attesi).

Sul fronte meteo, i soggetti industriali coinvolti evidenziano prove in galleria del vento e requisiti di stabilità aeroelastica su velocità molto elevate, citando monitoraggi pluridecennali e margini di sicurezza progettuali.

Il punto che interessa i cittadini: sicurezza reale, non “sicurezza dichiarata”

Dire “è tutto già previsto” o dire “è tutto impossibile” sono scorciatoie gemelle: entrambe tolgono al pubblico la cosa più importante, cioè capire come si dimostra la sicurezza. Un’opera così non si difende con la fede e non si boccia con la paura: si valuta con dati, verifiche indipendenti e trasparenza dei modelli.

Qui una verità spesso rimossa: in ingegneria non esiste la certezza “al mille per cento”. Esiste la gestione del rischio: ridurlo il più possibile, definire prestazioni minime in scenari estremi, costruire ridondanze, monitorare in esercizio e prevedere manutenzione e protocolli di emergenza. Per un’opera di questa scala, l’asticella deve stare più in alto del normale, proprio perché le conseguenze di un errore sarebbero enormi.

Il fattore clima: eventi estremi e stress test “multi-rischio”

Negli ultimi anni la discussione pubblica è cambiata: non si ragiona più solo su terremoti e vento “come una volta”, ma su eventi estremi più frequenti e combinati (piogge intense, mareggiate, ondate di calore che stressano materiali e manutenzione, catene di guasti). Per infrastrutture strategiche questo significa una cosa: oltre alle verifiche sismiche, servono stress test climatici e piani di resilienza, perché l’opera non deve solo reggere: deve restare gestibile e sicura per decenni.

Che cosa avrebbe senso fare adesso

1) Un aggiornamento pubblico dell’analisi di pericolosità di sito, che spieghi cosa cambia (o non cambia) alla luce dello studio INGV-CNR.

2) Una revisione indipendente “tipo aeronautica”: un panel esterno che valuti modelli, ipotesi, margini e punti ciechi, con pubblicazione delle risposte ai rilievi.

3) Un approccio multi-rischio: sismi + tsunami + instabilità dei versanti + vento estremo + gestione operativa (evacuazione, chiusure, ripristino), non a capitoli separati ma in un’unica catena di sicurezza.

4) Un controllo trasparente su costi/benefici e alternative reali: perché se l’opera è “per i cittadini”, deve dimostrare di migliorare davvero mobilità, tempi, affidabilità e rete locale, non solo la cartolina politica.

FATTI, ACCUSE, IPOTESI (OBBLIGATORIO: separiamo i piani)

FATTI: un nuovo studio INGV-CNR descrive lo Stretto come area con faglie attive interconnesse, deformazione tuttora in atto e una ricostruzione più dettagliata della sismicità 1990-2019; il 1908 resta l’evento storico estremo (terremoto e tsunami) che definisce la sensibilità del sito; i promotori del ponte rivendicano un progetto con molte indagini e criteri di sicurezza elevati, inclusi test sul vento e impostazioni sismiche severe.

ACCUSA: per i critici, la nuova evidenza scientifica rafforza l’idea che servano verifiche ulteriori e più stringenti prima di qualsiasi via libera definitivo; per i promotori, invece, il progetto avrebbe già incorporato le principali criticità e le contestazioni spesso confonderebbero rischio con impossibilità.

IPOTESI: non è accelerare né sabotare: è perdere tempo adesso per non pagare anni dopo. Se gli aggiornamenti scientifici reggono e vengono assorbiti in modo verificabile nel progetto, l’opera potrà essere discussa nel merito; se vengono ignorati o minimizzati, il ponte resterà un simbolo divisivo e fragile, prima ancora che un’infrastruttura.