Cecchini del weekend” a Sarajevo: un 80enne di San Vito al Tagliamento indagato per omicidio. La caccia all’uomo torna in tribunale

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Se le accuse reggono, chiamarlo “weekend” è solo l’ultima vigliaccata: non era sport, era assassinio per sollazzo.

L’indagine che riapre l’orrore

La Procura di Milano ha iscritto nel registro degli indagati un uomo di circa 80 anni, ex autotrasportatore residente nell’area di San Vito al Tagliamento (Pordenone), nell’inchiesta sui cosiddetti “cecchini del weekend”: persone che, durante l’assedio di Sarajevo, avrebbero pagato per andare a sparare su civili inermi.

Il fascicolo è seguito dal pm Alessandro Gobbis, con indagini del Ros dei Carabinieri e coordinamento della Procura diretta da Marcello Viola. L’uomo ha ricevuto un invito a comparire: l’interrogatorio è fissato per lunedì 9 febbraio a Milano.

FATTI (quelli che al momento risultano solidi)

Fatto 1: esiste un indagato e un’ipotesi di reato pesantissima: omicidio volontario continuato e aggravato, cioè una contestazione che presuppone una pluralità di episodi.

Fatto 2: secondo più ricostruzioni concordanti, l’indagato sarebbe accusato di avere agito “in concorso con altre persone al momento ignote”, sparando dalle colline attorno alla città con fucili di precisione e causando la morte di civili, inclusi donne, anziani e bambini.

Fatto 3: nell’ambito degli accertamenti, l’abitazione dell’uomo è stata perquisita; varie testate riferiscono il rinvenimento e sequestro di armi regolarmente detenute.

ACCUSE (cosa sostiene l’accusa, senza trasformarlo in sentenza)

La formula “Sarajevo Safari” non è un titolo ad effetto: indica, nelle ricostruzioni investigative e giornalistiche, un meccanismo in cui cittadini stranieri avrebbero ottenuto accesso e logistica dalle postazioni serbo-bosniache per sparare sui civili in una città assediata. L’accusa, in questa fase, non è “partecipazione alla guerra”: è omicidio con aggravanti legate ai motivi ritenuti abietti e alla scelta di colpire persone disarmate.

Uno dei passaggi che pesa di più, proprio perché umano prima che giudiziario, è l’elemento dei vanti: testimoni avrebbero riferito che l’uomo raccontava in paese di aver fatto “la caccia all’uomo”. È una frase che, in un’aula, va provata e contestualizzata; nella vita reale, suona come una confessione morale prima ancora che penale.

DIFESA (quello che, per correttezza, va ricordato subito)

Essere indagato non equivale a essere colpevole. La fase dell’interrogatorio e i successivi riscontri serviranno a verificare viaggi, presenze, contatti, eventuali ruoli e soprattutto l’esistenza di elementi concreti che colleghino l’indagato a singoli episodi di omicidio.

In casi così lontani nel tempo, ogni dettaglio conta: date, documenti, testimoni, tracce oggettive. Se il procedimento reggerà, dovrà reggere su prove e riscontri, non su indignazione o suggestioni.

Perché Milano indaga su fatti commessi in Bosnia

La leva giuridica è la giurisdizione italiana sui reati commessi all’estero da cittadini italiani, in presenza di determinate condizioni. Il codice penale prevede la punibilità secondo legge italiana per delitti gravi commessi all’estero da un cittadino, se la persona si trova nel territorio dello Stato.

Questo spiega il “dove” dell’inchiesta. Il “come” dipenderà anche dalla cooperazione internazionale: acquisizioni documentali, testimonianze, eventuali riscontri provenienti dalla Bosnia e da archivi dell’epoca.

L’origine dell’inchiesta e il nodo dei servizi

Il fascicolo, secondo le fonti, nasce da un esposto dello scrittore Ezio Gavazzeni, assistito dagli avvocati Nicola Brigida e Guido Salvini. Nell’esposto vengono richiamate anche dichiarazioni di Edin Subasic, ex agente dell’intelligence bosniaca, che sostiene di aver avuto contatti con il Sismi e che i servizi italiani avrebbero avuto informazioni sui “tiratori turistici” in partenza da Trieste.

Qui il punto pro-lettori è semplice: se ci sono carte, esistono responsabilità da chiarire. Non per costruire un romanzo di spie, ma per capire se qualcuno sapeva, quando ha saputo e cosa ha fatto (o non ha fatto).

Il contesto che rende tutto più intollerabile

Sarajevo non è una cartolina di guerra: è una città che per anni ha vissuto sotto assedio e sotto tiro. Le cronache dell’epoca raccontano strade in cui attraversare significava rischiare la vita, famiglie colpite mentre cercavano acqua, persone uccise mentre facevano la cosa più normale del mondo: camminare.

In questo contesto, l’idea di “pagare per sparare” non è una deviazione marginale: è l’uso della guerra come parco giochi. Se verrà provata, non descrive solo un reato: descrive un salto oltre l’umano.

Il paese che scopre di essere finito nella storia sbagliata

A San Vito al Tagliamento la notizia ha provocato sgomento. Il sindaco Alberto Bernava ha parlato pubblicamente di “incubo” che riaffiora e, secondo Repubblica, ha detto di essere indignato e che, se i fatti venissero confermati, il Comune valuterebbe di costituirsi parte civile.

È una reazione che dice molto: una comunità può essere estranea ai fatti, ma non è estranea alla domanda che segue sempre queste storie. Com’era possibile che certi racconti circolassero come vanteria? E quante persone hanno ascoltato, riso, minimizzato?

IPOTESI (cosa potrebbe accadere ora, senza vendere certezze)

Ipotesi 1: l’indagine si allarga. Le fonti parlano di verifiche su altri possibili “cecchini” e su ulteriori nomi. Se emergono riscontri, il fascicolo potrebbe diventare un procedimento collettivo.

Ipotesi 2: si cerca il collegamento tra testimonianze e singoli omicidi. È il passaggio più difficile: trasformare un racconto generale in episodi specifici provabili.

Ipotesi 3: il fronte “archivi e carte” diventa centrale. Se esistono documenti su movimenti, contatti, organizzazione e coperture, potrebbero cambiare la scala del caso.

La giustizia non restituisce i morti, ma toglie il trofeo ai vivi

Questo procedimento non riguarda solo un indagato: riguarda l’idea che si possa trasformare una città assediata in un bersaglio a pagamento e poi tornare a casa, invecchiare, raccontarla al bar come una bravata.

Se le accuse saranno dimostrate, la sola risposta decente è una: chiamare quella “caccia” con il suo nome e togliere, anche trent’anni dopo, l’impunità a chi ha creduto che la vita degli altri fosse un passatempo.