Rebecca Passler Positiva prima dei Giochi: il caso mette alla prova l’antidoping di Milano-Cortina

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Un risultato di laboratorio non è una sentenza, ma è il primo stress test della trasparenza olimpica.

La notizia che scuote la vigilia olimpica

La biatleta azzurra è risultata positiva a un controllo antidoping effettuato fuori competizione. La sostanza rilevata sarebbe il letrozolo. Il caso è diventato pubblico  ed è stato presentato come il primo episodio di positività legato mediaticamente all’evento.

Nel linguaggio tecnico non si parla ancora di colpevolezza, ma di “avversa risultanza analitica”: un risultato sul campione A che apre una procedura di verifica.

FATTI: cosa emerge dalle ricostruzioni concordanti

1) Il test è stato effettuato fuori gara, quindi nell’ambito dei controlli preventivi pre-olimpici.

2) La sostanza indicata è il letrozolo, inserito nella lista delle sostanze proibite sia in competizione sia fuori competizione.

3) L’atleta era inserita nel gruppo azzurro in vista dei Giochi, rendendo il caso particolarmente sensibile sul piano simbolico e sportivo.

PROCEDURA: cosa significa davvero “positiva”

Il riscontro sul campione A non conclude il procedimento. L’atleta può chiedere l’analisi del campione B e presentare memorie difensive. Solo dopo questi passaggi un organo competente stabilisce se vi sia stata o meno una violazione delle regole antidoping.

Nel frattempo può essere disposta una sospensione provvisoria, a tutela dell’integrità delle competizioni. È una misura cautelare, non una sanzione definitiva.

CHE COS’È IL LETROZOLO E PERCHÉ È VIETATO

Il letrozolo è un inibitore dell’aromatasi, utilizzato in ambito medico soprattutto in terapie oncologiche. Riducendo la produzione di estrogeni, modifica l’equilibrio ormonale dell’organismo.

Proprio per questo rientra tra le sostanze vietate nello sport: può essere usato per mascherare o compensare gli effetti di altre pratiche farmacologiche e alterare le condizioni di parità tra atleti.

ACCUSA MEDIATICA E ACCERTAMENTO SPORTIVO: due piani diversi

Molti titoli trasformano la positività in una colpa conclamata. In realtà, il sistema antidoping prevede fasi distinte: rilevazione, contraddittorio, decisione. Confondere questi livelli significa anticipare un verdetto che spetta a un tribunale sportivo.

Dire che una sostanza è vietata spiega il motivo del controllo, ma non dimostra l’intenzionalità dell’atleta né l’assenza di cause alternative.

gli scenari possibili

Ipotesi 1 — Uso terapeutico autorizzato: se esistesse un’esenzione valida, la presenza della sostanza potrebbe essere spiegata sul piano clinico.

Ipotesi 2 — Contaminazione: alcuni casi recenti nello sport internazionale mostrano come prodotti o integratori possano contenere tracce non dichiarate. È una tesi che richiede prove tecniche dettagliate.

Ipotesi 3 — Violazione senza attenuanti: è l’esito previsto se non emergono elementi sufficienti a giustificare la presenza della sostanza.

Il peso simbolico del “primo caso”

Che si tratti di un singolo episodio o dell’inizio di una serie dipenderà da come verrà gestito. Per l’organizzazione olimpica è un banco di prova: dimostrare che i controlli funzionano prima delle gare e che le procedure sono trasparenti.

Il danno d’immagine nasce meno dal risultato del test e più dall’eventuale opacità nella comunicazione e nei tempi decisionali.

Le domande

1) In quale data esatta è stato effettuato il controllo e da quale autorità?

2) Verrà analizzato il campione B e con quali tempistiche?

3) Quale organismo giudicherà il caso: federazione, agenzia antidoping o tribunale olimpico?

4) Che misure preventive verranno rafforzate per gli altri atleti in vista dei Giochi?

5) Come verrà comunicato l’esito finale, evitando processi mediatici anticipati?

Il caso Passler non è solo una vicenda individuale. È una prova generale per l’antidoping di Milano-Cortina: dimostrare che tra notizia e sentenza esiste uno spazio di garanzie, e che l’integrità sportiva si difende con procedure chiare prima ancora che con titoli sensazionalistici.