Il cherubino “Meloni” in chiesa a Roma: indagine del Vicariato di Roma e ispezione del Ministero della Cultura. Perché il culto della personalità non può entrare nelle immagini sacre

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Una chiesa non è un manifesto: se l’arte sacra diventa propaganda, perde la fede e resta solo potere.

Un cherubino con tratti che ricordano Giorgia Meloni, dipinto in una cappella della Basilica di San Lorenzo in Lucina, nel cuore di Roma. Un restauro che doveva riparare i danni dell’acqua e che invece ha acceso un caso nazionale: politica, Chiesa e istituzioni culturali trascinate dentro la stessa domanda—dove finisce il restauro e dove inizia l’uso simbolico del sacro.

Il fatto è semplice, ma pesante. La decorazione pittorica è recente (anno 2000), quindi non rientra nei vincoli più stringenti dei beni storici. Proprio per questo è stata “toccata” con maggiore facilità. Ma la reazione è stata immediata: il Vicariato di Roma ha annunciato un’indagine interna e il Ministero della Cultura ha disposto un’ispezione. Nel mezzo, la presa di posizione della Chiesa: no all’uso improprio delle immagini sacre e piena amarezza per quanto accaduto.

Dove nasce il caso: San Lorenzo in Lucina e la cappella del Crocifisso

Il dipinto si trova in una cappella laterale della basilica, dove compaiono figure angeliche. Dopo lavori di ripristino legati a infiltrazioni e umidità, uno dei volti è apparso “cambiato” e, per molti, somigliante alla presidente del Consiglio. La vicenda diventa virale, rimbalza sui social e si trasforma in questione pubblica: non tanto per l’estetica, quanto per il significato.

Perché un conto è un ritratto in un contesto civile o commemorativo. Un altro è un volto di un politico vivente associato a un angelo—cioè a un simbolo religioso, morale e identitario. In un Paese dove la polarizzazione divora tutto, l’arte sacra non può diventare un acceleratore di tifoserie.

La versione ufficiale del Vicariato: “iniziativa non comunicata”

Il punto più importante sta nelle parole formali diffuse dalla diocesi: il Vicariato chiarisce che Sovrintendenza, ente proprietario e uffici competenti erano a conoscenza dal 2023 di un restauro “senza nulla modificare o aggiungere” su un’opera recente. Ma aggiunge una frase che pesa come un atto d’accusa: la modifica del volto del cherubino sarebbe stata un’iniziativa del decoratore, non comunicata agli organismi competenti.

In altre parole: non sarebbe stato un progetto approvato, ma una “scelta” intervenuta lungo il percorso. Questo è esattamente ciò che rende il caso grave: se vero, significa che i controlli non hanno funzionato, oppure che il perimetro delle responsabilità non era chiaro.

Il cardinale Baldassare Reina: “No all’uso improprio di immagini sacre”

Il cardinale Baldassare Reina, vicario del Papa per la diocesi di Roma, ha preso posizione con nettezza: no all’uso improprio di immagini sacre, e avvio immediato di approfondimenti per verificare responsabilità. È un punto fondamentale: la Chiesa non sta discutendo di simpatia o antipatia politica, ma di una linea rossa teologica e pastorale—la liturgia e l’arte sacra non possono essere piegate a un culto della personalità.

La Chiesa, per storia, conosce bene il rischio: quando il potere entra nelle immagini sacre, la fede diventa strumento. E quando la fede diventa strumento, la comunità si divide e la chiesa smette di essere casa comune.

Il restauratore: chi è e cosa dice

L’intervento sarebbe stato eseguito da Bruno Valentinetti, artigiano e volontario legato alla basilica. Davanti alle contestazioni, in varie interviste ha negato di aver “cambiato” il volto per farlo somigliare alla premier, sostenendo di aver semplicemente ripristinato ciò che già c’era prima del degrado.

Il punto, qui, non è il processo alle intenzioni. È la verificabilità: esiste una documentazione fotografica “prima/dopo” completa? Esistono relazioni tecniche di restauro? C’è una tracciabilità dei passaggi? Se manca, il caso non è solo “strano”: è amministrativamente fragile.

Il dato politico che alimenta sospetti: la candidatura “a destra”

Alcune ricostruzioni giornalistiche riferiscono che Valentinetti risulterebbe candidato in passato con liste dell’area di destra (in particolare “La Destra – Fiamma Tricolore” nel Municipio I di Roma). In altre interviste lo stesso Valentinetti avrebbe minimizzato o sostenuto di non ricordare, arrivando a dire che potrebbe essere stato inserito “a sua insaputa”.

Qui serve una regola da giornalismo adulto: questo elemento non dimostra niente da solo. Ma spiega perché la vicenda diventa esplosiva nel dibattito pubblico. Se un restauratore con un passato politico nell’area della destra interviene su un’immagine che somiglia alla leader della destra di governo, la domanda nasce da sé—anche se la risposta, per essere seria, deve stare negli atti e non nelle insinuazioni.

La politica entra in chiesa: PD e M5S, e la replica “ironica” della premier

Le reazioni politiche si sono mosse subito. Da un lato richieste di chiarimento e ispezioni da parte dell’opposizione; dall’altro l’avvertimento del Movimento 5 Stelle: non si può permettere che arte e cultura diventino strumenti di propaganda. Giorgia Meloni, dal canto suo, ha reagito con ironia sui social: “No, decisamente non sembro un angelo”.

L’ironia può sgonfiare una polemica, ma non risolve il nodo istituzionale: chi autorizza? chi controlla? quali regole valgono quando si interviene in un luogo di culto? Qui non è questione di battute: è questione di governance.

Il punto centrale: perché questo è (davvero) un problema di culto della personalità

Un conto è riconoscere un leader politico. Un altro è inserirne (anche solo per somiglianza) i tratti in un’iconografia sacra. La storia europea ha già visto cosa succede quando il potere cerca consacrazione simbolica: il capo diventa destino, e il dissenso diventa empietà. È la radice del culto della personalità.

La religione, invece, dovrebbe fare l’opposto: ricordare che nessun potere è assoluto. Per questo, in una chiesa, la prudenza deve essere massima. Perché la fede non è un megafono e l’arte sacra non è un terreno “neutro” dove giocare con le facce del presente.

Cosa dovrebbe accadere adesso: trasparenza e regole chiare

Se l’obiettivo è chiudere la vicenda senza lasciare scorie, ci sono quattro passaggi non negoziabili:

1) Documentazione completa del restauro: foto prima/durante/dopo e relazione tecnica, pubblicabili almeno in parte.

2) Chiarezza sulle autorizzazioni: chi ha commissionato, chi ha approvato, chi ha verificato.

3) Valutazione ecclesiale: se l’immagine è ritenuta impropria, va corretta. Perché l’arte sacra non può restare ambigua per convenienza.

4) Linee guida: anche per opere recenti, serve un protocollo: restaurare non significa “reinterpretare”.

Questo caso non riguarda solo un affresco. Riguarda una soglia: quanto potere siamo disposti a vedere dentro i luoghi che dovrebbero essere, per definizione, fuori dal potere. Se la risposta è “troppo”, allora la correzione non è un atto contro qualcuno: è un atto a favore di tutti.