Ci sono attori che ti fanno ridere. E attori che, senza saperlo, ti tengono compagnia per una vita: lei era entrambe le cose.
Catherine O’Hara è morta a 71 anni. L’attrice e comica canadese, amatissima dal grande pubblico come la madre di Kevin in Mamma, ho perso l’aereo e celebrata negli ultimi anni come Moira Rose in Schitt’s Creek, si è spenta a Los Angeles dopo una breve malattia, secondo quanto riferito dalle principali fonti internazionali che ne hanno confermato la scomparsa.
È una notizia che colpisce anche chi non segue il cinema “di settore”, perché O’Hara non era solo un volto: era un tono emotivo. Era quella capacità rara di essere comica senza diventare cinica, melodrammatica senza diventare finta, enorme senza perdere l’umano. Per questo, quando se ne va, non ti resta solo il curriculum: ti resta un’assenza familiare.

Perché ci sembra di conoscerla: la madre di Kevin e l’urlo che è diventato un ricordo collettivo
In Mamma, ho perso l’aereo Catherine O’Hara non interpreta “una mamma”: interpreta un’intera epoca di famiglie, caos, Natale, corse all’aeroporto e panico vero che si traveste da commedia. Il film è diventato un rito mondiale anche grazie a lei, perché nella frenesia c’era qualcosa di autentico: la paura di non essere stata abbastanza attenta, e l’amore che arriva come un’onda, quando capisci che hai perso la cosa più importante.
È questo che la rendeva diversa: poteva far ridere con una smorfia e, due secondi dopo, farti stringere lo stomaco senza nemmeno “chiederti” di piangere. Non recitava l’emozione: la faceva accadere.


Moira Rose: l’icona moderna che ha trasformato una serie in un fenomeno
Per un’altra generazione, la sua immortalità ha un nome: Moira Rose, in Schitt’s Creek. Un personaggio eccessivo, teatrale, con una voce e un lessico che sembravano venire da un altro pianeta. Eppure, sotto quel barocco c’era una verità semplice: la fragilità di chi ha perso tutto, e si salva solo imparando a voler bene davvero.
O’Hara ha reso Moira una figura pop, ma senza ridurla a maschera. Questo è il marchio dei grandi: far sembrare “folle” qualcosa che, a guardarlo bene, è profondamente umano.



