Macron contro Trump: “Non esiteremo a usare il bazooka anti-coercizione”. L’Europa scopre che la vera guerra è sui dazi-ricatto

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Quando i dazi diventano una punizione politica, la risposta non può essere timida: o l’Europa si difende, o si abitua alla sottomissione.

Emmanuel Macron ha scelto la linea più dura e più chiara contro Donald Trump: se gli Stati Uniti useranno i dazi come leva politica contro la sovranità europea, l’Unione dovrà rispondere con lo “strumento anti-coercizione”, la misura più potente mai approvata da Bruxelles contro il ricatto economico di un Paese terzo. È un salto di qualità: non la solita promessa di “dialogo”, ma l’idea che l’Europa debba tornare deterrenza.

La notizia nasce dall’escalation sulle tariffe annunciate da Trump verso alcuni Paesi europei, colpevoli – nella narrazione americana – di aver “alzato troppo la cresta” sul dossier Groenlandia. Otto capitali (Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Svezia, Norvegia e Regno Unito) hanno risposto con una dichiarazione congiunta: difesa della sovranità e reazione “unita e coordinata”. Un linguaggio inedito, quasi impensabile fino a pochi mesi fa quando si parlava di relazioni transatlantiche.

Perché Macron oggi appare il più “frontale” contro Trump

Nel mosaico europeo, Macron è quello che sta mettendo più corpo e più parole. A Davos ha parlato di dazi “inaccettabili” se usati come leva contro la sovranità territoriale, ha descritto un mondo “senza regole” dove tornano “ambizioni imperiali”, e soprattutto ha detto che l’Europa non deve “accettare passivamente la legge del più forte” che porta alla “vassallizzazione”.

Altri leader stanno su registri diversi: Giorgia Meloni ha evocato “incomprensioni” e insistito sul dialogo; Mark Rutte e Keir Starmer hanno cercato la mediazione diretta con Trump; la Commissione parla di risposta “ferma e proporzionata”. Macron, invece, parla il linguaggio della soglia: se c’è coercizione, si risponde con lo strumento massimo.

Che cos’è davvero lo Strumento anti-coercizione

Lo Strumento anti-coercizione (Anti-Coercion Instrument, ACI) è una legge europea entrata in vigore a fine 2023, progettata per un caso preciso: quando un Paese terzo usa pressione economica (dazi, blocchi, minacce commerciali) per costringere l’Ue o uno Stato membro a cambiare una decisione sovrana.

È stato pensato come deterrente: prima si tenta la via diplomatica; se la coercizione non cessa, l’Ue può adottare contromisure. Ed è qui che il “bazooka” diventa concreto: l’ACI permette non solo dazi di ritorsione, ma anche limitazioni selettive su servizi, appalti pubblici, accesso al mercato, investimenti e altri strumenti economici. Non è solo “tassare merci”: è colpire leve dove fa male davvero.

Perché è un passaggio storico: l’ACI non è mai stato usato

La forza dell’ACI sta anche nel fatto che non è mai stato attivato. È un’arma “di ultima istanza”: usarla significa riconoscere ufficialmente che siamo entrati in una fase di coercizione economica. E significa anche accettare il rischio di escalation.

Macron, chiedendone l’attivazione in caso di dazi, sta dicendo che il rischio di non reagire è peggiore dell’escalation: perché normalizza il ricatto e trasforma l’Europa in un soggetto negoziabile sotto minaccia.

La linea di frattura: Europa unita o Europa “divisa e punita”

Trump, nella strategia descritta da più ricostruzioni, colpisce selettivamente: alcuni Paesi nel mirino, altri risparmiati. È una logica classica di pressione: frammentare il fronte avversario e premiare chi resta ambiguo o cerca un canale separato.

Ed è qui che l’Europa rischia il suo punto più debole: per attivare strumenti duri serve consenso politico e coesione. ANSA racconta bene le frizioni anche dentro le famiglie europee: c’è chi chiede subito lo stop agli accordi e chi frena, invocando “no escalation”. Se l’Europa si spacca, la coercizione funziona. Se resta unita, la coercizione diventa costosa anche per chi la pratica.

Non è solo economia: è sovranità

Il cuore della partita non è lo Champagne, l’auto o l’acciaio. È il principio che sta sotto: i dazi come “punizione” per una scelta politica (Groenlandia, Board of Peace, posizioni diplomatiche). Se passa questo principio tra alleati, passa ovunque. E allora i confini non si spostano solo con i carri armati: si spostano con le dogane.

Macron sta usando parole che in Europa si ascoltano raramente da anni: bullismo, legge del più forte, vassallizzazione. È il tentativo di riaprire un tema che la globalizzazione aveva anestetizzato: la sovranità economica come condizione della sovranità politica.

Cosa può fare davvero l’Ue, oltre le parole

Ci sono tre livelli di risposta.

1) La risposta classica: controdazi su un paniere di beni statunitensi. Bruxelles, secondo varie ricostruzioni, sta già valutando un pacchetto di contromisure molto ampio.

2) La risposta “strategica”: usare leve su servizi e accesso al mercato dove l’economia americana è esposta, dalla finanza agli appalti.

3) La risposta “di sistema”: attivare l’Anti-Coercion Instrument e dire che la coercizione non è più tollerata come metodo di relazione transatlantica.

Macron spinge per la soglia 3. Perché in questa crisi, a suo giudizio, non si difende un settore: si difende l’idea stessa che l’Europa sia un soggetto politico e non un mercato da intimidire.

La domanda finale: chi guida l’Europa quando arriva la pressione?

In questo momento Macron è, più di chiunque altro tra i leader europei, il volto di una risposta frontale a Trump. È una leadership pericolosa e necessaria insieme: pericolosa perché può accelerare lo scontro, necessaria perché l’alternativa è l’adattamento alla coercizione.

L’Europa, ora, ha davanti una scelta che non può essere rimandata: essere un’unione di governi che trattano singolarmente con la potenza di turno, oppure un blocco capace di dire “no” con strumenti reali. Macron ha già scelto. Il resto del continente deve decidere se seguirlo o restare in scia, sperando di non essere il prossimo bersaglio.