Garante Privacy, il controllore sotto accusa: pm su card ITA, spese e “multa Meta” svanita. Inchiesta per corruzione e peculato sul vertice dell’Autorità

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Quando l’Authority che deve “mettere limiti” finisce sotto perquisizione, la notizia non è il clamore: è la tenuta delle regole.

Un’Autorità indipendente che nasce per frenare gli abusi finisce al centro di un’indagine per corruzione e peculato. È questo il fatto politico-istituzionale che pesa più di qualsiasi dettaglio di colore: la Procura di Roma sta indagando il vertice del Garante per la protezione dei dati personali, con perquisizioni, sequestri di materiale informatico e un decreto che, secondo le ricostruzioni, elenca episodi e “direttrici” investigative ritenute rilevanti.

Risultano indagati il presidente Pasquale Stanzione e gli altri membri del Collegio. L’accusa non è una “disfunzione amministrativa”: nel lessico della magistratura si parla di condotte ritenute “disinvolte” e potenzialmente offensive del decoro dell’Autorità, fino a ipotesi delittuose. È doveroso ricordarlo con la stessa nettezza: l’indagine è in corso e la presunzione d’innocenza resta totale. Ma, proprio perché il Garante vive di credibilità, l’inchiesta apre una ferita pubblica immediata.

Che cosa cercano i pm: due pilastri, spese e “sanzioni opache”

Il decreto di perquisizione, secondo quanto riportato da più fonti, mette a fuoco due aree: l’uso di denaro collegato all’attività del board (rimborsi, viaggi, rappresentanza) e il sospetto di “meccanismi corruttivi” o comunque di interferenze improprie nell’attività sanzionatoria dell’Autorità, con riferimento a pratiche che coinvolgerebbero soggetti esterni, tra cui Ita Airways e Meta.

In altre parole: da una parte si indaga se risorse pubbliche siano state utilizzate per spese estranee alla funzione; dall’altra si cerca di capire se decisioni delicate—quelle che trasformano un’istruttoria in una multa (o in un non-provvedimento)—possano essere state condizionate da rapporti non compatibili con l’indipendenza richiesta a un’autorità di garanzia.

Il capitolo “spese”: dai tetti autorizzati ai rimborsi per viaggi, hotel e servizi personali

Il punto, nelle carte richiamate dalle cronache, non è una singola ricevuta: è l’andamento complessivo. I magistrati evidenziano un incremento marcato dei costi di rappresentanza e gestione rispetto a pochi anni fa. Si parla di una crescita che, in un arco temporale breve, porta alcune voci da importi marginali a cifre molto più significative, con riferimento al 2024.

Nel perimetro delle spese richiamate compaiono rimborsi per viaggi e soggiorni (anche in strutture di alta categoria), cene di rappresentanza e servizi accessori come lavanderia; in alcune ricostruzioni giornalistiche vengono citate anche spese legate a fitness e cura della persona. L’ipotesi dell’accusa, in sintesi, è che una parte di queste uscite non sia riconducibile in modo lineare e giustificabile all’esercizio del mandato.

Le “tessere Volare” di ITA: perché una card può diventare un indizio

Tra gli episodi citati figura la consegna, nel marzo 2023, di tessere “Volare” da parte di Ita Airways a componenti del Collegio, con un valore indicato di 6mila euro ciascuna. Per i pm “appare anomala” la circostanza in sé: non perché una card sia automaticamente un reato, ma perché, in un’Autorità che può sanzionare, anche un beneficio non monetario può diventare una potenziale utilità indebita o un elemento da verificare nel contesto di un rapporto istituzionale.

Ita Airways, secondo le ricostruzioni, contesta l’idea che le tessere fossero emesse direttamente con status “Executive”: la compagnia afferma che inizialmente avrebbero avuto status “smart” e che l’eventuale upgrade sarebbe avvenuto attraverso una procedura interna. I pm, però, segnalano che quella procedura “non appare chiara”. Questo è il punto: l’inchiesta, qui, non sta giudicando l’esistenza di una card, ma la trasparenza dell’iter e la compatibilità di quel beneficio con la terzietà dell’Autorità.

Il dossier Meta: da 44 milioni a 1 milione, poi l’annullamento in autotutela

Il capitolo più sensibile, perché tocca direttamente il potere del Garante, riguarda Meta e il tema degli smart glasses (Ray-Ban Stories), dispositivi che—per caratteristiche e uso—pongono criticità evidenti sul trattamento dei dati e sulla privacy dei terzi. Nelle ricostruzioni richiamate dalle carte: una sanzione inizialmente “ipotizzata” a 44 milioni di euro sarebbe stata ridotta prima a 12,5 milioni e poi a 1 milione, fino a un annullamento in autotutela per ritardo procedurale.

Qui l’aspetto istituzionale è devastante anche solo come domanda: se un’Autorità arriva ad annullare una sanzione perché la adotta fuori tempo massimo, il problema non è solo “quanto” multa, ma “come” governa i propri procedimenti. Ed è esattamente questo che i pm vogliono ricostruire: la catena decisionale, i passaggi, i tempi, le interlocuzioni e le eventuali pressioni.

La posizione di Scorza e l’ipotesi dei pm: “sponsorizzazione” e astensione

Nelle carte citate, i magistrati indicano la necessità di capire se e in che termini possa aver inciso sulla vicenda la “sponsorizzazione” degli occhiali fatta da Guido Scorza.

L’ipotesi al vaglio degli inquirenti è che l’esposizione pubblica del commissario a favore del prodotto possa aver creato un corto circuito tra il ruolo di controllore e quello di “ambasciatore” informale, incrinando quella necessaria barriera di imparzialità che deve separare l’Authority dai giganti del tech. Resta da chiarire se dietro l’entusiasmo tecnologico si celassero accordi più strutturati o se si sia trattato di una leggerezza istituzionale che ha però finito per pesare sulle scelte collegiali.

Il quadro che emerge dall’inchiesta di Roma non è dunque solo una questione di scontrini o benefit di lusso, ma un interrogativo profondo sulla tenuta democratica delle nostre istituzioni di garanzia. Se il “cane da guardia” della privacy perde la sua indipendenza, a restare senza protezione non sono solo i dati, ma la fiducia stessa dei cittadini nello Stato. La parola passa ora alle difese, chiamate a dimostrare che quella del Garante non è stata una deriva etica, ma una serie di sfortunate coincidenze procedurali.