Perquisito il Garante Privacy: indagato tutto il Collegio. Peculato e corruzione, l’Authority che doveva controllare finisce sotto controllo

0
120

Quando l’arbitro entra nell’indagine, non è gossip istituzionale: è un test di fiducia pubblica. E i test non si superano con le parole.

La Guardia di Finanza ha perquisito la sede del Garante per la protezione dei dati personali a Roma, acquisendo documenti e materiale informatico. L’indagine della Procura di Roma ipotizza peculato e corruzione; risultano indagati il presidente Pasquale Stanzione e gli altri componenti del Collegio. È una notizia rara per qualsiasi autorità indipendente. È una notizia enorme per questa, perché il Garante vive e muore su una sola moneta: credibilità.

Va detto subito, senza sconti ma anche senza scorciatoie: “indagato” non significa colpevole. Però una perquisizione con sequestri e acquisizioni non è un atto simbolico: è la ricerca di riscontri concreti su decisioni, spese, procedure e rapporti. E quando il bersaglio è l’Autorità che vigila su trasparenza, correttezza e limiti del potere digitale, l’effetto non riguarda solo chi sta al vertice: riguarda cittadini, imprese, istituzioni che ogni giorno si appoggiano al Garante come garante, letteralmente, dell’equilibrio tra innovazione e diritti.

Garante Privacy: Guido Scorza, Ginevra Cerrina Feroni, Pasquale Stanzione (presidente), Agostino Ghiglia

Che cosa è successo: l’operazione della Finanza e il fascicolo della Procura

Secondo quanto ricostruito da fonti convergenti, il nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza è entrato negli uffici del Garante per acquisire atti. La Procura di Roma procede per peculato e corruzione. Il fascicolo è coordinato dal procuratore aggiunto Giuseppe De Falco. Durante le operazioni sono stati acquisiti anche dispositivi e supporti informatici: telefoni, computer, archivi digitali.

È qui che la cronaca diventa sostanza: oggi la “prova” non è quasi mai un foglio singolo, ma una catena. Note spese, autorizzazioni, email, calendari, verbali, bozze di provvedimenti, tracciati di chi ha avuto in mano cosa e quando. Il punto non è la spettacolarizzazione dell’irruzione: il punto è la ricostruzione della filiera decisionale e amministrativa.

Chi è coinvolto e perché “tutto il Collegio” cambia il peso della vicenda

Il Collegio del Garante è composto da quattro membri: il presidente e tre componenti (tra cui la vicepresidente). Il fatto che risultino indagati tutti i vertici, e non una figura tecnica o amministrativa isolata, sposta l’asse: non siamo davanti soltanto a un problema di “ufficio”, ma a un’inchiesta che potrebbe interrogare direttamente il livello apicale, cioè quello che indirizza, vota e assume decisioni finali.

Il Garante non è un organo decorativo: interviene sul GDPR, sulle grandi piattaforme, sulla pubblica amministrazione, sulla sanità digitale, sulle banche dati. Se la sua guida viene messa sotto accertamento penale, la prima conseguenza è un’istituzione esposta. La seconda è più sottile: ogni decisione, anche legittima, rischia di essere letta con sospetto. Ed è così che si logora la funzione di garanzia, anche prima di un eventuale esito giudiziario.

Che cosa cercano i pm: due filoni, un metodo

I reati ipotizzati – peculato e corruzione – indicano due direttrici tipiche: uso di risorse pubbliche e rapporti impropri con interessi esterni. Il peculato riguarda, in sintesi, l’appropriazione o l’uso indebito di beni/denaro legati alla funzione pubblica; la corruzione richiama l’ipotesi di scambi illeciti, vantaggi o utilità in cambio di atti o condotte. Sono etichette giuridiche che andranno riempite di fatti: chi ha autorizzato, cosa è stato pagato, con quali causali, e soprattutto con quali benefici e per chi.

Qui il giornalismo serio deve fare una cosa sola: distinguere ciò che è già documentato (atti, sequestri, ipotesi di reato) da ciò che è ancora narrazione (ricostruzioni, indiscrezioni, polemiche). E tenere tutto in tensione, senza farsi usare da nessuno.

La pista “Report”: spese di rappresentanza e scelte sanzionatorie finite sotto i riflettori

La ricostruzione più ricorrente collega l’indagine ai servizi di Report andati in onda negli ultimi mesi. In base a quanto è emerso, gli investigatori starebbero acquisendo documentazione legata alle spese di rappresentanza del Collegio e a procedimenti sanzionatori considerati “opachi” da chi li ha contestati pubblicamente.

Un passaggio è diventato centrale nel racconto pubblico perché pronunciato dal conduttore della trasmissione: tra le questioni richiamate ci sarebbero addebiti di spesa attribuiti al presidente e, soprattutto, la mancata sanzione (o la sanzione ritenuta non applicata/insufficiente, secondo le ricostruzioni critiche) nei confronti di Meta per il primo modello di smart glasses Ray-Ban Stories. Queste affermazioni, al momento, sono parte del perimetro mediatico e vanno trattate per ciò che sono: elementi che gli inquirenti possono verificare o smentire solo su carte, atti e tracciati contabili.

Il caso Meta e gli smart glasses: quando una scelta tecnica diventa un sospetto politico

Il punto è delicato perché intreccia diritto, tecnologia e potere economico: le Big Tech sono tra i soggetti più esposti all’azione dei Garanti europei, e le sanzioni – quando arrivano – sono anche messaggi di deterrenza. Per questo, ogni controversia su una “multa ridotta”, una “sanzione non applicata” o una “valutazione diversa dagli uffici” diventa immediatamente terreno di sospetto.

Ma c’è anche l’altro lato: il Garante, nei mesi scorsi, ha respinto pubblicamente l’impostazione delle accuse sul dossier smart glasses, rivendicando la complessità del caso e contestando le letture giornalistiche. In un contenzioso così, l’unico criterio serio è tornare agli atti: proposte istruttorie, verbali, motivazioni, comparazione con altre autorità europee, esito finale. È esattamente ciò che una perquisizione e un sequestro informatico, in genere, servono a ricostruire.

Meta – Smart  Glasses

La ferita precedente: la “caccia alle talpe” e il clima interno

Questa perquisizione non arriva in un vuoto. Da novembre il Garante è finito in una crisi istituzionale e politica alimentata dalle inchieste televisive e dalle reazioni dei partiti. In quel contesto, è esploso anche un caso interno: l’ipotesi di verifiche per scoprire fughe di notizie verso l’esterno e, secondo ricostruzioni sindacali, iniziative giudicate “troppo invasive”. La vicenda ha portato alle dimissioni del segretario generale Angelo Fanizza e a una presa di distanza formale del Collegio, che ha sostenuto di non aver ordinato controlli sproporzionati sui dipendenti.

Questo conta per un motivo concreto: un’Autorità indipendente, per funzionare, deve avere due solidità insieme – quella esterna (autorevolezza verso governo, imprese e cittadini) e quella interna (fiducia tra vertice e struttura). Quando una delle due scricchiola, ogni dossier diventa più vulnerabile. E quando scricchiolano entrambe, basta poco perché l’istituzione diventi preda del rumore.

Cosa può succedere ora: continuità dell’Autorità e responsabilità politica

L’inchiesta, ora, può svilupparsi in varie direzioni: archiviazione, contestazioni più precise, richieste di chiarimenti, eventuali misure cautelari (che al momento non risultano). Nel frattempo l’Autorità continua formalmente a operare: questo è il punto più delicato, perché qualsiasi provvedimento “forte” del Garante – contro una big company o contro una pubblica amministrazione – rischia di essere letto in controluce.

Qui entra anche la politica: il Collegio è espressione di una nomina parlamentare. Non significa che il Parlamento possa “commissariare” a piacimento; significa però che, quando un’Autorità indipendente finisce sotto indagine per ipotesi così pesanti, il circuito della responsabilità pubblica si attiva. Dimissioni o resistenza non sono atti morali: sono decisioni istituzionali che andrebbero misurate su un criterio semplice e duro: proteggono l’Autorità o la espongono?

Perché riguarda i lettori: non è un caso “di palazzo”, è un caso “di potere”

Il Garante Privacy decide su ciò che tocca la vita quotidiana senza che ce ne accorgiamo: telecamere e riconoscimento, banche dati, fascicoli sanitari, profilazione pubblicitaria, call center, biometria, IA. Quando un’Authority di questo tipo viene colpita da un’inchiesta, la domanda reale non è “chi cade”: è “chi controlla, adesso, chi controlla i dati?”.

Per questo l’esito giudiziario è fondamentale, ma lo è anche il comportamento istituzionale nel mezzo: trasparenza sulle procedure, tracciabilità delle spese, chiarezza sulle catene decisionali, e una regola di igiene democratica che vale per tutti: l’indipendenza non si proclama, si dimostra. In questa storia, la prova non sarà una conferenza stampa. Saranno gli atti.