Genova, “Faccetta nera” al Luna Park invernale: quando la “provocazione” rimette in circolo il peggio (e lo chiama gioco)

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Se una dittatura torna “canzonetta”, significa che la memoria sta perdendo volume.

Al Winter Park di Genova, il Luna Park invernale a Ponte Parodi, nella serata di sabato 10 gennaio 2026 dagli altoparlanti di un’attrazione (l’autoscontro) è risuonata “Faccetta nera”. Un frequentatore ha ripreso la scena in video e ha contestato il gestore: “questa è apologia del fascismo”, mentre dall’altra parte la risposta è stata: “è solo una canzone”. È lì, in quel “solo”, che si consuma il problema.

Perché non stiamo parlando di una “scelta musicale” qualsiasi, ma di un simbolo legato al fascismo e al colonialismo. E perché quel luogo è frequentato ogni giorno da bambini, ragazzi e famiglie, oltre a beneficiare di contributi pubblici. In pratica: non è una festa privata. È uno spazio pubblico di fatto, e ciò che circola lì diventa normalità per chi ascolta.

“Non c’è e non ci sarà mai spazio a Genova per nostalgie fasciste”: la sindaca Silvia Salis ha condannato fermamente la riproduzione di ‘Faccetta nera’ al Winter Park.

Cosa è successo e quali reazioni ufficiali sono arrivate

La sindaca Silvia Salis ha definito l’episodio “di gravità assoluta” e ha parlato di una “moda incommentabile” già vista in altre città durante le festività. Ha annunciato approfondimenti e la valutazione di “tutte le azioni possibili”, comprese sanzioni, chiedendo una presa di posizione netta e l’eventuale esclusione dell’attrazione coinvolta. E ha chiesto una condanna chiara da tutte le forze politiche cittadine.

Durissimo anche l’intervento del presidente ANPI Genova, Massimo Bisca, che ha definito l’episodio inammissibile e ha richiamato il tema dei “rigurgiti”: l’idea che “tanto il fascismo non esiste più” diventa una scusa per banalizzare segnali che, invece, stanno tornando come linguaggio e come estetica.

Gli organizzatori del Winter Park, con una nota firmata dal portavoce Mattia Gutris, hanno preso le distanze: hanno parlato di “errore esecrabile di un singolo”, annunciando provvedimenti e sottolineando che la manifestazione è il lavoro di oltre 100 famiglie e più di 300 lavoratori, e che l’episodio non può ricadere su tutta la categoria.

“È solo una canzone”: no, è una scorciatoia per lavarsi le mani

Dire “è solo una canzone” è una formula di comodo. “Faccetta nera” nasce nel 1935 come canzone di propaganda del fascismo durante la campagna coloniale in Etiopia. Non è neutra: racconta e addolcisce un immaginario di dominazione, di “missione civilizzatrice” e di gerarchie, con un sottofondo che oggi chiameremmo senza giri di parole: razzista.

Il punto culturale è questo: quando un simbolo così entra in una playlist “da giostra”, smette di essere storia e diventa costume. E quando diventa costume, diventa anche tollerabile. È il meccanismo più pericoloso: non l’adesione esplicita, ma la normalizzazione del brutto travestita da leggerezza.

Perché ai giovani piace la provocazione (e perché spesso non capiscono cosa stanno maneggiando)

Molti ragazzi si agganciano alla provocazione come gesto identitario: “se fa arrabbiare qualcuno, allora vale”. È un riflesso dell’era social, dove lo scandalo è una moneta e la storia diventa un meme. Ma qui c’è un equivoco enorme: il fascismo non è un accessorio vintage. È stato un regime che ha cancellato libertà, represso opposizioni, costruito un sistema di paura e portato il Paese dentro la guerra e dentro un’idea di violenza come linguaggio politico.

E soprattutto: una dittatura non è un videogame dove scegli la fazione e sei al sicuro. In una dittatura i diritti non sono garantiti: oggi sei “dalla parte giusta”, domani sei un problema. Non perché “capita”, ma perché quando il potere non ha limiti non deve giustificarsi. E se non deve giustificarsi, può colpire chiunque.

Genova e la memoria: non è retorica, è identità civica

Questo episodio pesa ancora di più perché parliamo di Genova, città con una storia di Resistenza riconosciuta anche simbolicamente. Non è una patente morale, è un promemoria: alcune comunità hanno pagato un prezzo alto perché oggi si potesse dire, senza paura, “non sono d’accordo”. Portare dentro un luogo di famiglie un simbolo del fascismo significa sputare su quella conquista e chiamarla “scherzo”.

Per questo la domanda non è “censura o libertà”. La domanda è: quali valori stai rendendo normali in uno spazio frequentato da minori e sostenuto anche da soldi pubblici? E quali strumenti hai per evitare che succeda di nuovo?

Il confine legale: non basta indignarsi, servono regole chiare

Nel video il cittadino parla di “apologia del fascismo”. È una contestazione comprensibile, ma il confine giuridico è più tecnico: in Italia esistono norme come la Legge Scelba (che sanziona condotte legate alla riorganizzazione e alla propaganda fascista) e la Legge Mancino contro l’odio e la discriminazione. La valutazione, però, dipende da contesto, intento, modalità e ripetizione della condotta.

Tradotto: non si risolve tutto con un “è reato” urlato sul momento, ma nemmeno con un “è solo una canzone” che pretende di chiudere la questione. La soluzione adulta è più semplice e più seria: responsabilità di chi gestisce spazi pubblici e regole verificabili su cosa è ammesso e cosa no, soprattutto quando c’è una concessione e un sostegno della città.

Il punto civico: se è “errore di un singolo”, allora serve un sistema

Gli organizzatori parlano di errore individuale e promettono provvedimenti. Bene. Ma per evitare che la storia diventi un rituale (“succede, ci scusiamo, riparte”), serve un passo in più: un protocollo per le playlist e per i contenuti diffusi, un responsabile identificabile, controlli interni e una risposta immediata quando emerge un episodio. Se non esiste un sistema, l’errore del singolo diventa una scusa permanente.

Qui la politica deve fare la politica: non per inseguire indignazioni, ma per fissare standard. Se un evento beneficia di contributi pubblici, la città ha titolo per chiedere condizioni e clausole coerenti con i valori costituzionali. Non è moralismo: è tutela dello spazio comune.

Tradotto: cosa dobbiamo imparare da questo episodio

Questi “rigurgiti” non tornano solo perché qualcuno è nostalgico. Tornano perché c’è un terreno culturale che permette di trattare il fascismo come folclore, e il razzismo come “provocazione”. Se passa questa idea, la soglia di tolleranza si alza e la memoria si abbassa. E quando la memoria si abbassa, qualcuno prima o poi prova a riscrivere anche le regole.

Per i cittadini conta questo: chiedere chiarezza su tre cose: quali sanzioni o misure verranno adottate, come verrà garantito che non accada più, e come si protegge un luogo frequentato da minori da contenuti che normalizzano ideologie antidemocratiche e razziste. Non è “essere di parte”. È essere dalla parte della libertà concreta: quella che ti fa vivere senza paura di un potere che decide chi vale e chi no.

Cosa sappiamo: nella serata del 10 gennaio 2026 al Winter Park di Ponte Parodi a Genova un’attrazione ha diffuso “Faccetta nera”; il Comune e la sindaca Salis hanno condannato l’episodio annunciando approfondimenti e valutazioni su sanzioni; gli organizzatori hanno parlato di errore di un singolo e promesso provvedimenti.

Cosa non sappiamo: quale sarà l’esito degli accertamenti e se verranno adottate misure concrete come esclusione dell’attrazione, sanzioni amministrative o nuove clausole legate a contributi pubblici e concessioni.

Cosa aspettarci: o un’azione rapida che trasformi l’indignazione in regole e responsabilità, oppure un altro giro di giostra: stessi simboli, stesso “era uno scherzo”, stessa memoria che perde terreno.