Chiara Costanzo, 16 anni: quando l’attesa del Dna diventa un dolore che non ha parole

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Le verifiche servono alla verità. Ma alle famiglie non restituiscono il respiro.

Milano e Crans-Montana sono diventate, loro malgrado, due punti della stessa mappa del dolore. Chiara Costanzo, 16 anni, studentessa del liceo scientifico Moreschi e atleta di ginnastica artistica, è tra le giovani vittime della strage del locale Le Constellation, nella notte di Capodanno in Svizzera. Per ore e giorni, la sua famiglia ha vissuto quella forma di sofferenza che non concede appigli: l’attesa dell’“ufficialità”, quando dentro hai già capito tutto.

La linea sottile tra “manca l’ufficialità” e “la verità c’è già”

Il 3 gennaio 2026 i familiari raccontavano una certezza costruita non su speranze, ma su un dato duro: tra i feriti non identificati risultavano soltanto maschi. Per esclusione, dicevano, Chiara non poteva essere in quell’elenco. Restava l’ultimo passaggio: l’esito del Dna. È una frase che in cronaca sembra “procedura”. Nella vita vera, è un corridoio infinito dove ogni ora pesa più di una giornata.

Il 4 gennaio 2026 è arrivata la conferma: Chiara Costanzo è stata identificata ed è la quarta vittima italiana riconosciuta ufficialmente, secondo quanto riferito da fonti istituzionali e rilanciato anche dall’ambasciatore italiano in Svizzera. L’ufficialità serve a chiudere il cerchio burocratico. Ma non chiude nulla dentro casa.

Chi era Chiara: una ragazza, non un nome in una lista

Di Chiara i racconti non parlano solo di scuola e sport. Parlano di una ragazza con una disciplina naturale, curiosa, capace di stare bene con gli altri senza bisogno di farsi notare. La sua quotidianità era Milano, con lo studio, l’allenamento, le amicizie. Il futuro, come spesso accade a 16 anni, era un progetto fatto di desideri più che di scadenze: imparare, viaggiare, guardare il mondo da vicino. E poi quella notte, in montagna, una decisione quasi casuale: scegliere un locale perché altrove non c’era posto.

Il contesto: Crans-Montana e una tragedia che chiede risposte

L’incendio al Le Constellation ha provocato circa 40 morti e oltre 100 feriti, molti dei quali giovani, con ustioni gravi. Le autorità svizzere hanno aperto un’inchiesta e, in Italia, la vicenda è seguita passo passo anche per il numero di ragazzi coinvolti. Si indaga per capire dinamica e responsabilità: non per “trovare un colpevole” da dare in pasto al giorno dopo, ma per stabilire se qualcosa, nella catena della sicurezza, abbia ceduto dove non doveva cedere mai.

In queste ore si parla di ipotesi tecniche e di verifiche sul locale: materiali, gestione degli spazi, procedure. È giusto che sia così. Ma è altrettanto giusto ricordare che, dietro ogni perizia, ci sono famiglie che hanno smesso di contare i minuti e hanno iniziato a contarli in assenza.

Tradotto: perché il Dna è “necessario” e insieme disumano

In tragedie con ustioni e riconoscimenti complessi, l’identificazione può richiedere tempo perché serve certezza assoluta. È l’unico modo per non sbagliare, per non aggiungere un errore all’orrore. Ma per i genitori, quel tempo è una prova che non assomiglia a nessun’altra: significa convivere con la parola “forse” quando dentro senti già un “no” definitivo.

Profondità non significa spettacolo: significa rispetto

La storia di Chiara non è “una notizia” e basta. È una domanda rivolta agli adulti, alle istituzioni, a chi firma permessi e controlli: quanta serietà diamo alla sicurezza quando i luoghi sono pieni di ragazzi? Perché controllare un locale non è “controllare i cittadini”. È controllare chi ha la responsabilità di farli tornare a casa.

Cosa sappiamo

Che Chiara Costanzo, 16 anni, studentessa del liceo Moreschi di Milano, è tra le vittime italiane della strage di Crans-Montana al Le Constellation, e che l’identificazione è avvenuta tramite Dna, con conferma ufficiale diffusa il 4 gennaio 2026.

Cosa non sappiamo

Non sappiamo ancora la ricostruzione definitiva della catena di eventi e delle eventuali responsabilità: l’inchiesta è in corso e i fatti dovranno essere stabiliti con atti e perizie, non con impressioni.

Cosa aspettarci

Tempi di indagine, atti tecnici, verifiche sulle condizioni del locale e sulle procedure. E, soprattutto, una cosa che dovrebbe essere automatica ma spesso arriva solo dopo le tragedie: controlli più seri, più trasparenti, più frequenti. Perché nessuna famiglia dovrebbe scoprire la sicurezza solo quando è troppo tardi.