Cocaina e nuove rotte dal Sud America: perché Gioia Tauro torna al centro della mappa europea

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La logistica italiana funziona: peccato che ogni tanto spedisce anche cose che non si possono fatturare.

Chi, cosa, quando, dove

Nel porto di Gioia Tauro (provincia di Reggio Calabria) i sequestri di cocaina continuano a moltiplicarsi e i report europei lo collocano tra i principali punti di ingresso nel Mediterraneo. Il tema torna d’attualità a fine 2025, mentre si parla di nuove rotte dal Sud America e di spostamenti dei flussi in Europa.

“Regina d’Europa”: titolo efficace, ma cosa dicono i numeri

L’etichetta “regina d’Europa” è un titolo che fa scena, ma i dati ufficiali aiutano a metterlo a terra: un report tecnico dell’EUDA (l’agenzia UE sulle droghe) indica Gioia Tauro tra gli “entry point” significativi per la cocaina, con 43,6 tonnellate e 98 sequestri nel periodo gennaio 2019–giugno 2024 (dati disponibili, da leggere con cautela perché non coprono tutto e non tutti i Paesi riportano allo stesso modo). In testa restano i grandi porti del Nord, come Anversa e Rotterdam, ma il dato italiano racconta una cosa semplice: il Mediterraneo pesa, e parecchio.

Perché cambiano le rotte: quando “chiudi una porta”, la merce prova un’altra

Negli ultimi anni diversi osservatori hanno notato un fenomeno: nei porti del Nord Europa i sequestri risultano in calo in alcuni periodi, ma questo non significa che il traffico sia sparito. Secondo analisi e documenti europei, i gruppi criminali si adattano: cambiano hub, spezzettano i flussi, cercano punti meno prevedibili o “meno corazzati” sul fronte controlli. In parallelo, la stessa EUDA segnala un contesto di alta disponibilità di cocaina in Europa, alimentata anche dai grandi flussi via container nei porti. Morale: se aumenti la pressione su un nodo, la rete si ridisegna.

Da dove parte la cocaina diretta verso l’Europa

Sui Paesi di partenza, il report EUDA sui porti indica che nei dati raccolti per il periodo 2019–2024 compaiono spesso Paesi dell’America Latina, con Ecuador, Brasile e Colombia tra quelli più ricorrenti come origine delle spedizioni intercettate (attenzione: “origine dichiarata/ricostruita” nei sequestri non significa automaticamente “origine di tutta la filiera”). È un’informazione utile per capire le direttrici generali, non per costruire miti da bar.

Gioia Tauro, perché è un obiettivo “logico”

Il porto di Gioia Tauro è uno snodo strategico nel transhipment del Mediterraneo: tanti container, tante movimentazioni, tante combinazioni possibili. Questo non rende il porto “colpevole”, ma lo rende appetibile: più traffico legale passa, più è difficile (e costoso) controllare tutto. E quando i documenti istituzionali parlano di interessi della ’ndrangheta nel traffico internazionale e del ruolo del porto come “porta di ingresso” dalla direttrice sudamericana, il tema non è folclore: è sicurezza economica e sociale.

Sequestri recenti: cosa è pubblico e verificabile

Nel 2025 le cronache registrano diversi sequestri nel porto: ad esempio, a febbraio 2025 Guardia di Finanza e Agenzia delle Dogane hanno comunicato un sequestro da 788 kg di cocaina. A dicembre 2025, un altro sequestro da 248 kg è stato raccontato come parte di un totale annuo nel porto arrivato a “quasi cinque tonnellate” (dato attribuito alle valutazioni investigative e riportato dalle agenzie). Sono numeri che mostrano la scala del problema, anche senza trasformarli in slogan.

Non è solo “droga”: è anche corruzione, violenza, costi pubblici

Qui il punto cittadino è doppio. Primo: l’EUDA segnala che nei Paesi con grandi porti sfruttati dal traffico si documentano fenomeni come corruzione lungo la filiera, intimidazioni e violenza. Secondo: ogni euro che entra in quel circuito genera costi che poi escono da un’altra parte: sanità, sicurezza, giustizia, e anche danni indiretti all’economia legale (imprese “sporcate”, concorrenza falsata, reputazione del territorio).

Tradotto:

la cocaina in Europa è tanta e continua a viaggiare. Se un porto diventa più difficile da usare, i traffici si spostano e cercano alternative. Gioia Tauro è grande, strategica, nel Mediterraneo: quindi resta nel mirino. La domanda non è “se”, ma “quanto” e con quali contromisure, senza strangolare il commercio legale.

Domanda super partes

Se i porti sono la frontiera economica d’Italia, perché la discussione pubblica oscilla sempre tra “tutto sotto controllo” e “apocalisse”, invece di dire chiaramente quali investimenti e regole servono (scanner, personale, intelligence, controlli mirati) e chi li paga senza scaricarli su cittadini e imprese?