Video falsi e AI, i partiti alzano un argine (quasi) comune

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Nel 2025 non si falsificano più le firme: si falsificano direttamente le facce.

Cosa è successo

Alla Camera dei Deputati, il 18 dicembre 2025, è stata presentata l’iniziativa “Deepfake e politica: insieme per dire basta”, promossa da Pagella Politica e Facta. Il cuore è un impegno pubblico: i partiti si promettono di non usare deepfake (contenuti creati o manipolati con intelligenza artificiale) per colpire gli avversari. “Quasi” uniti perché una grande eccezione c’è: la Lega non risulta tra i firmatari.

Cosa prevede l’impegno

Il documento chiede tre cose molto concrete: 1) non creare e non diffondere deepfake contro altri esponenti politici; 2) se un contenuto falso viene condiviso “in buona fede”, non basta cancellare: bisogna riconoscere l’errore e darne conto pubblicamente; 3) informare e sensibilizzare iscritti e sostenitori sui rischi e sulle regole. In sostanza: meno “ops”, più responsabilità.

Perché adesso: quando la realtà diventa opzionale

I promotori spiegano che i deepfake stanno circolando sempre di più e che, anche senza malafede, possono finire in pasto ai social come fossero veri. Il rischio non è solo “una bufala in più”: è la corrosione della fiducia e della capacità dei cittadini di distinguere informazione e propaganda. E quando il dubbio diventa la norma, vince chi urla meglio, non chi prova a spiegare.

Quasi tutti d’accordo: chi firma e chi no

Secondo le ricostruzioni disponibili, hanno aderito (tra gli altri) Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Fratelli d’Italia, Forza Italia, Azione, Italia Viva, Più Europa, Noi Moderati e altre forze parlamentari e territoriali. L’assenza segnalata è quella della Lega: eventuali motivazioni politiche specifiche, se non dichiarate ufficialmente, restano da verificare.

E la legge: cosa è già reato in Italia

Questo patto non è una legge, è autoregolarizzazione. Ma sullo sfondo c’è già un pezzo di diritto penale: con la Legge 23 settembre 2025 n. 132 è stato introdotto l’articolo 612-quater del codice penale (illecita diffusione di contenuti generati o alterati con sistemi di intelligenza artificiale): in sintesi punisce chi diffonde, senza consenso, immagini, video o voci falsificate/alterate causando un danno ingiusto. L’impegno politico, però, vuole coprire anche i casi “grigi” che non sempre finiscono in tribunale ma intanto inquinano la discussione pubblica.

Tradotto:

Tradotto: i partiti stanno provando a fissare una regola di igiene minima: “non useremo l’IA per far dire agli altri cose mai dette, e se ci caschiamo lo ammettiamo”. È una specie di “patto di non belligeranza” sulla realtà. Non risolve tutto, ma almeno evita che la campagna elettorale diventi un concorso di ventriloquia digitale.

Impatto sui cittadini: cosa cambia davvero (e cosa puoi fare)

Per i cittadini cambia soprattutto una cosa: aumenta il dovere di “controllo qualità” prima di condividere. Regola pratica: 1) guarda la fonte (chi pubblica, dove, con che credibilità); 2) cerca conferme su più testate e canali ufficiali; 3) diffida dei video “perfetti” ma senza contesto (data, luogo, versione integrale); 4) se scopri che è falso, non limitarti a cancellare: segnala e correggi. È noioso, sì. Ma è meno noioso di votare su un video inventato.

Domande

Chi controlla il rispetto di questo impegno: sarà solo un gesto simbolico o diventerà una prassi interna ai partiti? Le piattaforme social faranno la loro parte su etichette e rimozioni, o scaricheranno tutto sugli utenti? E la linea tra satira e manipolazione—che in politica è sempre un campo minato—come verrà gestita senza trasformare l’anti-deepfake in un alibi per zittire contenuti scomodi?