Liste d’attesa in sanità: quando il Cup ti chiede anche la pazienza

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Il diritto alla salute è universale. Il calendario, a quanto pare, no.

Un report, una data, un problema molto concreto

Il 17 dicembre 2025 l’associazione Cittadinanzattiva ha riportato nuovi dati sulle liste d’attesa in Italia, presentati al Ministero della Salute: non è (solo) una questione di qualità delle cure, ma di accesso alle cure. Traduzione pratica: se la visita arriva “troppo tardi”, non è più una visita, è un ricordo.

Cosa dicono i numeri (e perché fanno sobbalzare)

Secondo Cittadinanzattiva (dati rilanciati dai media, da verificare sul testo integrale dei report), si parla di attese fino a 360 giorni per una Tac, fino a 720 giorni per una colonscopia, fino a 540 giorni per una risonanza magnetica all’encefalo e oltre 400/500 giorni per prime visite specialistiche. Anche alcune prestazioni “differibili” arriverebbero a 147 giorni (es. mammografia) e 177 giorni (es. visita dermatologica).

Da dove arrivano questi dati e cosa manca ancora

Il punto interessante (e un po’ inquietante) è che una parte del quadro nasce da oltre 16.800 segnalazioni raccolte da Cittadinanzattiva, con il 47,8% legato a difficoltà di accesso alle prestazioni: numeri che raccontano un Paese dove la “prenotazione” diventa una prova di resistenza civile. E mentre si chiede trasparenza, lo Stato ha avviato anche la PNLA (Piattaforma Nazionale delle Liste di Attesa) sul Portale della Trasparenza, con base normativa recente e aggiornamenti periodici: bene, ma la domanda resta la più semplice e la più scomoda: i dati sono completi, confrontabili, leggibili?

Tradotto: perché non è “solo un ritardo”

Liste d’attesa lunghe non significano soltanto “che perdi una mattinata”. Significano diagnosi più tardive, terapie che slittano, ansia che sale, e un effetto collaterale micidiale: chi può, scappa nel privato; chi non può, aspetta. E quando la salute dipende dal portafoglio, la parola universalismo del SSN inizia a suonare come una promessa scritta in matita.

L’impatto sui cittadini: rinunce, viaggi, spese

Nel racconto di Cittadinanzattiva (anche qui: da verificare sul report completo), tra i pazienti cronici l’83,6% indicherebbe i tempi di attesa come criticità principale; oltre il 55% avrebbe rinunciato almeno a una visita o un esame negli ultimi 12 mesi, e l’85,9% avrebbe sostenuto spese di tasca propria. C’è poi la sanità a “chilometri”: fino al 43% costretto a spostarsi in un’altra Regione. Qui lo sconcerto è legittimo: non è normale che la salute diventi una gara di logistica.

Chi deve fare cosa: Governo, Regioni, aziende sanitarie

Il ministro Orazio Schillaci ha indicato alcune leve: far lavorare le macchine anche nel weekend, pagare gli operatori che contribuiscono all’abbattimento delle liste d’attesa e insistere sull’appropriatezza per evitare esami inutili. Tutto ragionevole sulla carta: nella vita reale, però, serve capire chi controlla l’esecuzione, con quali obiettivi misurabili, e soprattutto con quali tempi. Perché un “fare di più” senza tabella di marcia rischia di essere solo un modo educato per dire “ci sentiamo al prossimo aggiornamento”.

Domanda: chi risponde quando la cura arriva tardi?

Se la trasparenza dei dati varia tra Regioni, se i Cup offrono prime date che molti non accettano e se una parte di cittadini finisce per rinunciare o pagare, la domanda non è “di che colore è la colpa”, ma “chi si prende la responsabilità del risultato”. Quali impegni pubblici (con numeri e scadenze) possono mettere d’accordo Governo, Regioni e aziende sanitarie per garantire davvero il diritto alla salute a chi non ha alternative?